Discutere di Siria, dell’Asia Occidentale in particolare della zona levantina con Lorenzo Trombetta è sempre un’esperienza arricchente. Questo perché oltre alla sua grande esperienza di analista e giornalista per alcune delle più importanti testate internazionali proprio sul Libano e sulla Siria, Lorenzo Trombetta riconosce l’importanza della ricerca costante, dell’ascolto delle popolazioni e gruppi etnici interessati a giochi di potere di livello internazionale, e quella ostante umiltà che è necessaria di fronte e tematiche così complesse. La Siria di oggi è profondamente cambiata dopo l’8 dicembre 2024, a seguito della fine di 50 anni e più di un regime, quello incarnata dalla famiglia Assad con il partito Baathista, e l’ascesa di Ahmed Al-Sharaa, detto anche al Jolani. Gli interessi di Ankara e di Tel Aviv sono costanti sul quel pezzo di Asia che è la patria della nostra civiltà, distante a soli 4 ore di aereo, e che necessità di uno sguardo il meno orientalista (citando E.Said) e eurocentrico possibile.
Sei di ritorno da una serie di viaggi in Siria, sia a Damasco ma anche nell’entroterra siriano. Come è il sentire siriano dopo l’8 dicembre e la fine del regime degli Assad?
“Allora, ci sono ovviamente tantissime sfumature, tantissime differenze. Come se dovessimo descrivere il sentore degli italiani dopo una nuova elezione. Nessuno potrebbe arrogarsi in qualche modo il diritto di sintetizzare in un’unica posizione il sentore di una comunità così variegata. Questa per me è una premessa fondamentale. Provando a delineare i principali modi di vedere il periodo post 8 dicembre, c’è un qualcosa che unisce non tutti ma quasi: hanno un sentimento di liberazione, di sollievo, di inaspettata prospettiva che prima invece non c’era.
Questo perché? Per un periodo tra i 50 e i 60 anni c’era un sistema di potere che grosso modo opprimeva tutti i siriani in maniera differente. Anche quelli che lo consideravano un potere che li proteggeva e garantiva loro una serie di benefici si sono poi scoperti vittime di questo modo culturale di vedere la gestione della società. E questo è il sentimento che a mio avviso accomuna quasi tutti i siriani. Quasi tutti perché ci sono comunque delle parti della popolazione che stavano meglio prima dell’8 dicembre. O meglio, avevano la percezione di stare in un contesto che li proteggeva di più”.
Questo “stato” è cambiato recentemente?
“Ovviamente con i massacri sugli alawuiti che si sono svolti ai primi di marzo, la fascia di siriani che oggi non si sentono per niente rassicurati, che forse guardano al pre 8-dicembre come a un contesto comunque non così negativo, possono essere aumentati. Proprio perché la polarizzazione identitaria sposta anche nel breve periodo le percezioni. Però dopo l’8 dicembre gran parte dei siriani continua ad avere una sensazione di liberazione, di sollievo. Ripeto, di inaspettata apertura di prospettive perché per moltissimi negli ultimi anni, in particolare gli ultimi 2-3 anni di profonda crisi economica, c’era stato una graduale involuzione individuale e collettiva verso un senso di morte, un senso di graduale discesa verso il nulla. C’era una una sofferenza senza fine che aveva chiuso ogni prospettiva. E con l’8 dicembre improvvisamente si sono aperti nuovi scenari in tutti i sensi. E questo è quello che accomuna.
Poi, però, devo provare a dar conto anche delle differenze. In parte l’ho già accennato, ovvero quello del cambio di potere, perché di fatto si si tratta di un passaggio di consegna da un potere all’altro, non di una vera e propria liberazione politica, né tanto meno di una vera e propria rivoluzione. Siamo ancora in una fase molto prematura per poter dare dei giudizi su cosa è, cosa sarà il periodo post 8 dicembre. Però le nuove autorità che si sono stabilite a Damasco in questi questi mesi si sono dimostrate sempre più accentratrici e con una mentalità bahtista, per certi aspetti monopolizzatrici come il passato Governo e non così inclusive come alcuni chiedono. È però difficile chiedere che in questa fase di transizione il nuovo potere sia veramente rappresentativo e inclusivo. Però sta di fatto che c’è una porzione di siriani che non si riconosce nel modo di fare di questo Governo.
Però è una porzione minoritaria, quasi elitaria: gli attivisti, alcuni esponenti della società civile, i dissidenti che rimangono talii perché hanno lo spirito critico che ti fa guardare le cose in maniera meno di parte. Abboccano meno ai populismi, alle generalizzazioni, alle idee facili come quelle della liberazione o della rivoluzione. C’è una poi una maggioranza di siriani dell’entroterra che hanno fiducia, una vera e propria euforia perché hanno questa sensazione di dire “Hanno governato con i piedi sulla nostra testa per decenni, adesso ci prendiamo i nostri diritti”.
Quindi hai un’elite di intellettuali, di persone che rimangono molto critiche, e una massa di persone che invece oggi si sentono politicamente in qualche modo rappresentate da questo nuovo corso. Politicamente, perché economicamente stanno tutti messi male e stanno anche messi peggio da un punto di vista di servizi essenziali, di prezzi, di sicurezza. Il nuovo Governo ha avuto 5 mesi per migliorare le cose, ma i problemi dei siriani partono da prima, dai 14 anni di guerra civile e di decenni di ingerenze straniere”.
Perché secondo te noi, come Italia e classe giornalistica, raccontiamo la Siria, l’Asia Occidentale e non solo, come un ente monolitico incapace di cambiare?
“Il problema di fondo è un problema culturale nostro: la Siria può essere un caso di studio, ma l’Iraq, la Turchia, in generale tutto il Mediterraneo orientale, e forse anche il Mediterraneo meridionale, sono percepiti storicamente come dei Paesi altri. L’esempio più classico che possiamo fare è la differenza di percezione tra la guerra in Ucraina e la guerra tra Israele e Palestina. In generale si guarda a quella regione come una regione lontanissima. Ogni volta che parlo insisto nel definire la Siria un Paese soltanto a 3 ore di volo da Roma o da Milano, a seconda di dove parlo per ricordare la vicinanza geografica. Arriviamo a Kiev grosso modo da un’identica distanza geografica ma in contesti che percepiamo più vicini.
In realtà c’è una distanza culturale per tante ragioni storiche. L’esperienza coloniale è stato un momento chiave della creazione di questo divario culturale, per cui quello che erano i territori ottomani erano considerati, in maniera appunto pre-orientalistica o proto-orientalistica, dei territori dominati dalla barbarie, dall’inciviltà, dall’assenza di modernità, mentre la modernità è un concetto ambiguo portato proprio dalle potenze coloniali, che si sono arrogate il diritto in quel contesto di dire “Portiamo noi la modernità e la civiltà”. E portando dentro con sé anche tutto il tema della divisione confessionale, della protezione delle cosiddette minoranze dai “barbari musulmani”, per lo più sunniti che rappresentavano gli ottomani”.
Questo anche a discapito di basi fondamentali della nostra cultura che originano in quella zona di mondo. Basti pensare a Saulo da Tarso o in generale all’avvento del cristianesimo.
“È una dimenticanza in buona fede per molti e in mala fede per altri, e la religione è politica, quindi esclusiva, nel senso che determina esclusioni. E c’entra moltissimo anche con quello che succede tra Israele e Palestina, perché il progetto sionista è un progetto coloniale che si fonda anche anche su questa divisione”.
L’8 dicembre 2024 e il 7 ottobre 2023 sono due date-cardine per la regione e segnano due punti cruciale per l’Asse della resistenza a trazione Teheran. La minor presenza delle ingerenze russe e iraniane sulla Siria verso il Mediterraneo orientale, l’ascesa di Damasco e Tel Aviv con il silenzio-assenso da parte degli USA… Questi elementi che cosa possono dirci del futuro della Siria?
“Il punto di partenza politico per i Siriani, secondo me, deve essere non tanto puntare a una coesistenza di comunità, come in un mosaico alla libanese o all’irachena, per cui dobbiamo “tenerli buoni” in un contesto pseudo Stato-nazione stabile perché, siccome sono tanti pezzi, vanno rimessi insieme. In realtà il modello esiste e l’abbiamo: ovvero quello che si è creato anche negli ultimi secoli nell’Europa occidentale e la Costituzione italiana è a mio avviso accettabile per essere un modello interessante anche per i siriani, visto che ci fondiamo su un modello di cittadinanza in cui le peculiarità, i campanilismi, come li definisco io, sono non soltanto protetti, garantiti, ma anche valorizzati, messi sul tavolo, enfatizzati, illuminati. I diritti e i doveri in questo modello non sono concessi, ma sono garantiti sulla base di un’appartenenza alla cittadinanza, per cui sono diritti e doveri per tutti al di là delle appartenenze. Quindi superare un po’ la logica del mosaico che è tanto enfatizzata sulla Siria ma anche sul Libano e sull’Iraq.
È l’unico modo, a mio avviso, per superare il continuo rischio di instabilità e quindi tutto quello che noi egoisticamente non vogliamo, migrazione e “terrorismo” tra virgolette. Possiamo contribuire a far sì che i siriani trovino una formula di governo basata sulla cittadinanza, sull’egualitarismo di diritti e di doveri, senza che questo vada in qualche modo a indebolire, a mettere in discussione il fatto che ciascuno ha il il suo modo di pregare e di esistere da un punto di vista, diciamo, comunitario. Anche in Siria si può arrivare ad avere questo modello senza imporlo dall’alto, ma provando a sostenere delle pratiche che già esistono in Siria.
Parlavo prima di una serie di intellettuali, di circoli di attivisti politici, di dissidenti, di pensatori che oggi sono critici di questo Governo, perché intravvedono tutti i rischi insiti in una nuova modalità di organizzazione clientelare delle cose. Ecco, qui mi inserisco poi nella fase interna che ha a che fare con la fase esterna. Si può contribuire quindi a dare voce a chi oggi è un po’ all’angolo.
Perché servirebbe uno Stato siriano basato sulla cittadinanza per superare le differenze interne mantenendole? Perché questo renderebbe lo Stato siriano nelle sue forme locali e centrali anche più forte nel negoziare con tutte le pressioni che ci sono dall’estero. Se invece abbiamo un modello libanese iracheno, con uno Stato centrale di fatto cooptato da quello o da quell’altro attore, non ci sarà scampo e la Siria continuerà a essere un territorio di scorribande, di razzie, di sfruttamento esterno.
Se guardiamo alla storia, dal terzo millennio avanti Cristo, grosso modo, quel territorio che oggi oggi chiamiamo Siria è un territorio conteso. Poi abbiamo avuto anche romani, atenesi e parti, bizantini e sasanidi e posso continuare all’infinito, fino alla stretta contemporaneità. Il limes, la linea conduttrice di questi imperi, passa proprio sempre di là. Ci sarà un motivo. Non c’entra nulla l’Islam, non c’entra nulla la civiltà europea in quanto tale. C’entra un po’ la geografia, c’entrano i movimenti storici tra Oceano Indiano e Oceano Atlantico, passando per il Mediterraneo, il Mar Rosso e il Golfo. Evidentemente nel globo quella è un’articolazione fondamentale. Ed è inevitabile che, quindi, oggi Israele e Turchia si scontrino, ma ripeto: sono esempi dell’oggi che vanno inseriti in una lunga storia, utile a ricordarci che nulla di nuovo accade sotto il sole. Oggi le potenze più vicine territorialmente a Damasco sono Ankara e Israele e quindi si toccano o si potrebbero toccare. Hanno l’interesse a far sì che la Siria vada verso quel modello di cui parlavo prima? Assolutamente no.
Perché gli attori esterni, anche quelli che si fondano su sistemi apparentemente democratici con Costituzioni che esaltano la cittadinanza, invece vedono quel territorio come un territorio di sfruttamento, di passaggio, di cooptazione come avveniva appunto anche tra le grandi potenze dell’ieri. Non voglio dare giudizi morali, però si muovono tutti in un solco di continuità.
Gli Stati Uniti, Israele, la Turchia, sono tre attori che oggi occupano militarmente la Siria in violazione dei diritti internazionali. La Russia aveva degli accordi che non sono stati recisi tra Damasco e Mosca per il mantenimento della sua presenza militare a Latakia e a Tartus, quindi in realtà la Russia da un punto di vista formale è quella che meno fa ingerenza rispetto agli altri Paesi, che sono sul territorio siriano in violazione del diritto internazionale. Ma tutti gli altri, il Qatar, l’Arabia Saudita, la Francia, la Germania, ovvero quelli che hanno maggiori risorse finanziarie-politiche e militari vogliono veramente che la Siria vada verso una cittadinanza o vogliono continuare a sfruttare direttamente o indirettamente il territorio siriano per i loro interessi? Io punto sulla seconda ipotesi, quindi non vedo grandi speranze”.

