Andrew J. Bacevich è uno dei maggiori esperti di relazioni internazionali viventi. Il suo curriculum parla chiaro: professore emerito di relazioni internazionali e storia presso l’Università di Boston, si è laureato presso l’Accademia militare degli Stati Uniti a West Point. Successivamente, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia diplomatica americana presso la Princeton University.


Firma prestigiosa di The American Conservative e autore di diversi saggi sulla politica internazionale, Bacevich è uno che la guerra l’ha conosciuta anche sul campo di battaglia e non soltanto sui libri: tra il 1970 e il 1971, infatti,  ha combattuto come ufficiale dell’esercito nella guerra del Vietnam, per poi servire il suo Paese in Germania nell’11esimo Reggimento di Cavalleria Motorizzata e nel Golfo Persico. Si è ritirato con il grado di colonnello. 

Da sempre contrario all’interventismo sponsorizzato dai neoconservatori e dai liberali, il professore antimilitarista originario dell’Illinois è stato uno dei più celebri critici dell’intervento americano in Iraq nel 2003: una guerra nel quale il colonnello perse un figlio, militare anche lui. Con Andrew J. Bacevich abbiamo discusso della politica estera dell’amministrazione Trump e del futuro dell’America.

L’annunciato ritiro dalla Siria e il Medio Oriente: “L’élite non ha imparato nulla”


Il 18 dicembre scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava la sconfitta dell’Isis e l’imminente ritiro dei circa 2mila soldati delle truppe speciali Usa ora stanziate in Siria. Dichiarazioni che hanno scatenato un coro di critiche e polemiche: “L’establishment criticherà Trump su qualsiasi cosa” commenta Bacevich. 

“La reazione al ritiro annunciato dalla Siria ne è un esempio. Sarebbe fuorviante dire che oggi c’è un ‘partito della guerra’ negli Stati Uniti. È più corretto affermare che abbiamo un’élite di politica estera che rimane devota a un concetto di ‘leadership globale’ che è obsoleto”. I membri di questa élite , prosegue, “non hanno imparato nulla dai fallimenti della politica statunitense dall’11 settembre”.

“I liberali non capiscono che l’ordine mondiale a guida americana è finito”


I maggiori critici del paventato ritiro dalla Siria sono proprio i democratici. Come ha documentato Gleen Greenwald in un articolo pubblicato su The Intercept, la maggioranza dei repubblicani è a favore del disimpegno americano dai teatri di guerra, al contrario degli elettori liberal-democratici, i quali, invece, vorrebbero che gli Stati Uniti continuassero a essere “il gendarme del mondo”.

“I liberali – spiega il professore – non possono comprendere il fatto che l’ordine mondiale che è esistito tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della guerra globale al terrore non esiste più. Rifiutano di accettare il fatto che viviamo in un periodo in cui gli Stati Uniti non sono più la sola superpotenza”. 


Le diverse anime dell’amministrazione Trump e l’Afghanistan


L’annunciato ritiro, però, ha mostrato anche una certa confusione nell’amministrazione Trump. Il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha subito precisato che avverrà solo se saranno soddisfatte determinate condizioni mentre il Segretario di stato Mike Pompeo, poco prima di recarsi in Medio Oriente, ha spiegato che il ritiro rappresenta un “cambio tattico” ma non mutua l’impegno americano contro “il Califfato dell’Isis a livello globale” e soprattutto non cambia a strategia statunitense nei confronti dell’Iran. 


“Nell’amministrazione Trump – osserva Bacevich – non esiste una posizione politica coerente. Il presidente cambia spesso idea o si contraddice. I suoi subordinati obbediscono solo in modo selettivo e in disaccordo tra loro. La Siria offre un buon esempio di questo”. Quanto alla guerra statunitense in Afghanistan, il colonnello di Normal, Illinois, osserva: “Gli Stati Uniti hanno fallito in Afghanistan, ma la sicurezza nazionale è alla ricerca di modi per mascherare quel fallimento. In definitiva, sarà lasciato al popolo afghano decidere il proprio destino. I risultati immediati saranno probabilmente brutti”. 


La Russia e l’Europa: “Errore espansione della Nato a est”


La posizione di Bacevich sulla Federazione russa è simile a quella di altri illustri accademici americani come John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt. Anche per il professore,  che si definisce un “cattolico conservatore”, l’Occidente è sprofondato in un antagonismo ingiustificato verso il Cremlino. A cominciare dalla militarizzazione dei confini orientali dell’Alleanza Atlantica:  “Espandere la Nato fino ai confini della Russia è stato un enorme errore” spiega. “Ora ne stiamo pagando le conseguenze. L’Ucraina deve essere neutralizzata. Non sarà facile. Ma l’obiettivo politico più ampio deve essere evitare l’inutile antagonismo con la Russia”.