Le operazioni militari della Turchia in Siria proseguono, mentre l’esercito del presidente siriano Bashar al Assad si dirige verso il confine per sostenere i curdi nella difesa del Nord-est del Paese. In molti hanno letto la decisione del capo di Stato turco di attaccare il Rojava come una mossa politica, utile a distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni del Paese e a riguadagnare il consenso perso. Una volta stabilita la safe zone lungo il confine, infatti, il progetto del Sultano è di ricollocare nell’area 2 milioni di siriani rifugiatisi in Turchia a causa della guerra e la cui presenza nel Paese ha alienato una grossa fetta dell’elettorato dell’Akp.

Ma, come spiega a InsideOver Ertuğrul Kürkçü, presidente onorario del partito filo-curdo Hdp, non è detto che questa strategia dia i risultati sperati. “A livello interno, Erdogan potrebbe aver guadagnato 2-3 mesi di governo, ma a livello internazionale ha perso quasi tutta la credibilità che era riuscito a ottenere tra le potenze regionali e internazionali. Non tutti i membri del Consiglio di Sicurezza della Nato per esempio sono favorevoli all’azione del presidente e la stessa Lega Araba ha definito l’operazione militare un’invasione che viola le leggi internazionali. Norvegia, Germania, Francia, Finlandia, Danimarca e Paesi Bassi hanno sospeso la vendita di armi alla Turchia, Russia Iran e Cina si sono detti preoccupati per quanto sta accadendo e lo stesso establishment statunitense, fatta eccezione per Donald Trump, non approva l’intervento in Siria”. I problemi maggiori però sono sul fronte interno. “Le spese di guerra, unite alla riduzione degli investimenti esteri” e alla crisi economica che da tempo interessa la Turchia “stanno mettendo in difficoltà Erdogan”. Secondo Kürkçü, il presidente turco ha progetti troppo ambiziosi per il periodo post-invasione. “Erdogan vuole trasferire 2 milioni di persone nella safe zone e investire nella ricostruzione dell’area”. Un obiettivo che richiede uno sforzo economico che il Governo turco al momento non sarebbe in grado di sostenere, dato lo stato delle sue finanze. “Se Erdogan non va alle urne nei prossimi 3-4 mesi, perderà le prossime elezioni. Per questo motivo, ma non solo, ha dato il via alla campagna militare” contro il Rojava.

Il panorama politico turco

L’inizio delle operazioni militari in Siria ha avuto un impatto anche sugli equilibri della politica interna e in particolare sui rapporti tra l’Hdp e il Chp, di ispirazione kemalista. In occasione delle elezioni amministrative il partito filo-curdo aveva invitato i propri elettori a sostenere i candidati del Partito popolare repubblicano per scongiurare la vittoria dell’Akp del presidente Erdogan. In quel caso non si è trattato di una vera e propria alleanza tra le due parti, ma di un calcolo politico dell’Hdp. Tuttavia con l’elezione a sindaco di Istanbul di Ekrem Imamoglu sembrava che qualcosa, finalmente, sarebbe potuto cambiare nella posizione del partito kemalista verso la questione curda, ma la decisione del Chp di votare in favore dell’intervento armato nella Siria del Nord-est ha raffreddato nuovamente i rapporti tra le parti. “Le nostre speranze sono state disattese a causa della complessità interna” del partito kemalista “formato da un’ala conservatrice e nazionalista che si oppone a quella progressista”.

Il sostegno all’operazione militare, in realtà, non è stata una sorpresa. “Per quanto riguarda le questioni inerenti alla sicurezza, la leadership del Chp ha sempre preso posizione in favore dei militari, appoggiando ogni volta l’invio di truppe in Iraq e Siria voluto dal Governo. Il voto espresso per l’operazione” in Rojava non è stato che “una replica di quanto accaduto in occasione dell’incursione ad Afrin. Non è niente di nuovo, per questo dobbiamo guardare avanti e soprattutto fare affidamento non tanto sui vertici del Chp quanto sulla sua base”, che secondo Kürkçü inizia a non approvare la linea della leadership del partito in materia di sicurezza e politica estera. Tuttavia un cambio ai vertici del Chp nel prossimo futuro non sembra un’ipotesi probabile. “Non c’è una vera contestazione della leadership attuale, così come non ci sono candidati che possano prenderne il posto. Lo stesso Imamoglu sembra essersi allineato con la posizione del partito per quanto riguarda l’incursione in Siria. Ci sono delle divisioni all’interno del Chp ma su altri temi, non di certo su quello militare. Se l’operazione in Siria dovesse prendere una brutta piega, se non dovesse avere successo e se ci fossero grosse perdite allora il parere dell’opinione pubblica muterebbe e si potrebbe arrivare ad un cambio ai vertici del Chp. Ma per adesso sono solo speculazioni”.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
Leggi il reportage