L’Opec taglia la produzione

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L’OPEC ha deciso di prorogare i tagli alla produzione del petrolio per altri nove mesi. Dopo gli incontri di Vienna, i Paesi esportatori di petrolio, insieme con altri undici Stati non appartenenti all’organizzazione, hanno varato un piano di proseguimento del blocco della produzione al fine di tentare di alzare i prezzi dei barili e provare un’ultima disperata mossa per smuovere un mercato ormai stagnante. Impresa non facile, quest’ultima, e che sembra non essere stata utile neanche nel brevissimo termine stando a come hanno risposto i mercati sa questa decisione del consesso. La scelta della proroga dei tagli ha visto l’unione d’intenti di due Stai che, a livello geopolitico, hanno visioni diametralmente opposte: Russia e Arabia Saudita. La Russia, osservatore della riunione poiché non facente parte dell’organizzazione, ha, infatti, appoggiato la proposta saudita di mantenere ferma ai livelli precedenti l’estrazione del petrolio, sperando che, in maniera molto semplicistica, diminuendo il greggio, aumentasse, per forza di cose, il prezzo. Logica della domanda e dell’offerta molto spicciola che, tuttavia, potrebbe essere una logica completamente fallimentare. Dopo una prima impennata generale dovuta a questa decisione, infatti, i listini del petrolio sono scesi di nuovo ai prezzi precedenti, rendendo, di fatto, quasi inutile la scelta dei Paesi produttori. L’aumento del prezzo del petrolio è un problema di importanza fondamentale nella vita degli Stati appartenenti all’OPEC ma anche per coloro che non ne fanno parte, come la Russia e l’Egitto per esempio, ma che tuttavia estraggono e vendono l’oro nero. Il PIL di tutti questi Paesi è, infatti, in buona parte dipendente dalla quotazione del barile nel mercato mondiale. La strategia di ogni singolo Stato dipende quindi da quanto il petrolio aumenti o diminuisca il suo valore e soprattutto da quanto tutti gli Stati collaborino fra loro per evitare una concorrenza deleteria. Concorrenza deleteria che, al momento, sembra essere stata proprio quella che hanno messo in campo gli Stati Uniti nel momento in cui l’OPEC si riuniva per decidere la proroga dei tagli alla produzione. Perché, mentre a Vienna si discuteva su come aumentare i prezzi diminuendo l’offerta di greggio, da Washington è arrivata la notizia che l’amministrazione Trump aveva appena deciso di dare il via all’aumento della produzione di petrolio sul territorio americano. Del resto, il problema principale per l’OPEC nasce dal fatto che attualmente i Paesi appartenenti al cartello producono circa il 40% del greggio mondiale. Una cifra importante, ma che dimostra come si debba tener conto di un 60% di petrolio prodotto da Paesi che nulla hanno a che vedere con l’Organizzazione. Tra i Paesi che non ne fanno parte, eccezion fatta per la Russia che partecipa attivamente alle decisioni come Stato osservatore, vi sono in particolare Stati Uniti, Brasile, Canada, Regno Unito, Norvegia e la stessa Cina. Così, mentre l’OPEC annunciava i tagli alla produzione, negli altri Stati avveniva l’esatto opposto. British Petroleum ha recentemente annunciato il raddoppiamento della sua produzione, con la riapertura di alcuni impianti chiusi dal 2013 nel Mare del Nord. Il Canada potrebbe portare la produzione di barili di petrolio a circa 4,7 milioni al giorno entro la fine del 2017, incrementando cos la sua produzione quotidiana di circa 200mila barili. Il Brasile, nono produttore mondale di petrolio, sembra essere in grado di aumentare la propria produzione di 50mila barili al giorno portando così la sua produzione giornaliera a livello nazionale a circa 2,8 milioni di barili. E non è da sottovalutare, infine, l’importanza che in questo settore ha, ed avrà nel futuro, il gigante cinese. Sono molti gli analisti finanziari e del settore petrolifero che imputano proprio alla Cina questo abbassamento dei prezzi. Il motivo risiederebbe nella riserva strategica del petrolio di Pechino. Basta pensare un dato numerico, riportato da JP Morgan in recenti studi sulla produzione petrolifera cinese: nel 2015, la creazione giornaliera di riserve petrolifere cinesi arrivava a circa 491mila barili; nel maggio del 2016, la produzione giornaliera è arrivata a toccare quota 1.2 milioni di barili. Il 15% dell’importazione di petrolio cinese sarebbe quindi coperto dalla produzione interna. Stando a questi dati, si dimostra come il problema nasca anche e soprattutto dall’ingresso nel mercato di un colosso come quello cinese. La Cina potrebbe essere il vero ago della bilancia di questo complesso schema geopolitico dove petrolio, finanza e scelte strategiche non sono divise, ma vanno considerate in un quadro complessivo. E non è un caso se l’OPEC stia, in questo periodo, dimostrando tutta la sua debolezza strutturale di fronte ai giganti che si stanno affacciando nel nuovo mondo. Un esempio di questa debolezza potrebbe essere fornito anche da una semplice immagine: l’Egitto e il Turkmenistan non si sono presentati all’incontro di Vienna. Sono Stati indifferenti alla produzione del petrolio? Assolutamente no. Ma evidentemente, dalle parti di Riad, qualcosa sta cominciando a scricchiolare.