Basta un’immagine, uno scatto od anche la narrazione di un singolo episodio ed ecco che, nell’era in cui i media sono di massa, si riesce nell’intento di cucire addosso ad un determinato personaggio oppure, a volte, ad un’intera classe dirigente un nuovo abito mediatico: nel 1990, è bastato il pianto (rivelatosi poi finto e commissionato dal governo kuwaitiano in esilio alla Hill & Knowlton Strategy) di una bambina davanti al Congresso USA per far diventare Saddam Hussein, di colpo, da modernizzatore a nuovo Hitler da contrastare con ogni mezzo, compreso quello militare utilizzato poi contro di lui per ben cinque volte dal 1991 alla definitiva caduta del 2003; a volte le operazioni avvengono al contrario e si cerca, tramite la narrazione ufficiale, di ridipingere in chiave positiva il volto di un regime la cui immagine appare compromessa. E’ il caso dell’Arabia Saudita: regno wahabita, retto da una monarchia custode della più radicale delle interpretazioni del Corano, lo stato saudita raramente ha dato prova di tenere al rispetto anche dei più basilari dei diritti cui spettano all’uomo, pur tuttavia esso rappresenta un ferreo alleato di un Occidente dove l’opinione pubblica, sempre più al corrente della levatura morale dei Saud, ha iniziato ad indispettirsi circa i rapporti molto stretti con Riyadh.

Dalle persecuzioni agli sciiti, alla devastante guerra contro lo Yemen: alcuni dei crimini perpetuati dai Saud

In questi giorni sono due le notizie uscite dal regno saudita e che hanno destato scalpore od almeno che, di fatto, hanno trovato spazio ed appoggio in buona parte dei media: in primo luogo, la circostanza secondo cui per la prima volta dal 1932 le donne sono state autorizzate ad entrare in uno stadio per assistere alle cerimonie della festa nazionale; in secondo luogo, il decreto firmato da Re Salman che ha concesso la possibilità di avere la patente e quindi di guidare un’auto anche ai soggetti del gentil sesso. E’ pur vero che si tratta di un leggero passo avanti ma, al netto delle nefandezze e dei crimini commessi anche negli ultimi mesi dai Saud, l’ottimismo perpetuato in alcuni editoriali in occidente come in medio oriente è apparso, nella migliore delle ipotesi, fuori luogo; mentre alcune donne hanno iniziato a chiedere permesso ai mariti od ai maschi tutori di poter prendere la patente, ad  Awamiyah tante madri non hanno potuto fare altro che vedere le ruspe in azione mentre le proprie case venivano demolite su ordine del governo centrale il quale, con il pretesto di una ‘riqualificazione urbanistica’, ha cancellato in pochi mesi quattrocento anni di storia di una delle più antiche città sciite.

Nel Qatif infatti, lì dove vengono estratti i più significativi quantitativi di petrolio ma dove, al tempo stesso, la maggioranza della popolazione è sciita e di conseguenza mal tollerata dalla dinastia wahabita al potere a Riyadh, è in atto da diversi mesi una feroce persecuzione contro molti dei residenti mascherata sia dalla necessità di far spazio a nuove strutture edilizie e sia da fantomatiche ‘azioni antiterrorismo’. Nel silenzio più totale, centinaia di sciiti sono stati arrestati senza prove certe del loro coinvolgimento in azioni di sabotaggio contro i Saud; a volte possono bastare pochi pretesti per rinchiudere nelle carceri saudite semplici cittadini e questo va avanti soprattutto dalla fine del 2015 quando, a seguito dell’intensificarsi degli scontri diplomatici con l’Iran, Riyadh ha portato avanti numerosi blitz ed ha anche eseguito la condanna a morte di Nimr al Nimr, principale figura religiosa e politica dello sciismo saudita.

Ma non solo: sempre dal 2015, i Saud sono impantanati in una guerra senza sbocchi e senza alcuna gloria nello Yemen; bombardamenti, aggressioni via terra ed operazioni militari su vasta scala che, non solo non hanno portato alla sconfitta degli sciiti Houti al potere a San’a dal 2013, ma stanno comportando enormi costi finanziari ed umani all’esercito saudita. Anche in questo caso, in un silenzio che contrasta sia con l’attuale amplificazione della patente concessa alle donne e sia con la situazione umanitaria in atto, a causa delle azioni pianificate da Riyadh sono migliaia i civili che convivono in un degrado senza precedenti anche in un paese povero come lo Yemen; in un articolo di Matteo Carnieletto dello scorso ottobre, è emerso come nel più meridionale dei paesi arabici migliaia di bambini muoiano di fame mentre lo spauracchio del colera è tornato a colpire città sventrate e campi profughi sparsi nei territori in guerra.  

A questi atroci crimini, bisogna poi aggiungere quanto viene perpetuato all’interno dell’Arabia Saudita, paese dove la pena di morte è applicata in molti ambiti e dove diversi reati sono puniti con mutilazioni, frustate ed altri generi di tortura; su tutto questo, in Occidente, spesso cala la censura oppure il semplice complice silenzio.

La strategia saudita: rifare l’immagine della famiglia reale

Ed ecco quindi che si torna al concetto espresso ad inizio articolo: a volte per tenere ben salde le alleanze, altre volte invece per mero calcolo politico, arrivano dei momenti in cui tanto per i diretti interessati quanto per i propri partner è necessario ricucire un nuovo abito mediatico ad un intero regime. Del resto, che i sauditi avessero tutta l’intenzione di riciclare la loro stessa case reale non è elemento emerso nelle ultime ore: con Re Salman formalmente al timone ma fortemente condizionato dai problemi di salute, è emersa prepotentemente la figura del figlio trentunenne Mohamed bin Salman, amico personale di Jared Kushner e quindi del genero del presidente USA Donald Trump. E’ stato proprio il nuovo rampollo di casa Saud ad aver spodestato, lo scorso giugno, il cugino Mohamed bin Nayef dal ruolo di erede al trono e l’orientamento politico e mediatico impresso da quel momento dalla famiglia Saud è apparso abbastanza chiaro: presentarsi agli occhi di un mondo stizzito con una nuova veste e con l’immagine di un nuovo corso ‘moderato’ e ‘riformatore’ intrapreso dalla governance più giovane.

Prima ancora delle ‘concessioni’ alle donne, in tal senso sono da annoverare anche alcune mosse politiche effettuate nei mesi scorsi che mirano a dare a Riyadh un nuovo ruolo in medio oriente: dalla normalizzazione (dopo più di trent’anni) dei rapporti con l’Iraq, all’incontro tra Mohamed Bin Salman ed il leader sciita Al Sadr, per passare poi all’imposizione dell’embargo al Qatar che, presentato come azione di forza, ha l’obiettivo di far accreditare i Saud come gli unici in grado di bloccare il finanziamento alla falange salafita del mondo jihadista. Tutte azioni queste aventi il comune scopo di ‘salvare la faccia’ ad un governo che, dopo aver perso politicamente e militarmente su tutti i fronti (dalla Siria allo Yemen), vuole adesso ripartire riciclando formalmente la sua stessa leadership. E’ per questo che i presunti passi in avanti sul tema dei diritti alle donne sono da annoverare all’interno di questa più ampia strategia: Riyadh sa bene come l’unico modo per uscire indenne dall’attuale crisi di credibilità è quello di indossare, per l’appunto, una nuova veste.

Mentre Mohamed bin Salman si prepara a prendere ufficialmente le redini, la casa reale da lui già de facto guidata prova a mostrare il suo volto moderato e riformatore; sotto questa nuova maschera però, si nascondono vizi e difetti di un regime retto da tradizioni lunghe diversi secoli e da consuetudini che appaiono come parte integrante  del sistema di potere dei Saud. Dare credito alle notizie che narrano di concessioni accordate alle donne, è opera di mera disonestà intellettuale frutto di una lampante convenienza tanto politica, quanto economica, da parte di un occidente che, quando vi sono i sauditi in ballo, appare sempre pronto a donare ampie proroghe alla retorica sui diritti e sul rispetto della democrazia.

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