Il ritorno ai vecchi fasti di una grande potenza, per alcuni. L’ennesimo distacco dal porto della “nave pirata” d’Europa, parafrasando Carl Schmitt, per altri. L’idea di Global Britain” che nella visione di diversi esponenti del Partito Conservatore doveva plasmare le relazioni internazionali di Londra per il dopo Brexit ha suscitato nel mondo politico e negli analisti reazioni contrastanti. Ora dalla visione ideale di un Regno Unito nuovamente autonomo nel mondo globalizzato, libero di scegliere le strade su cui far incamminare la sua strategia politica siamo passati a un vero e proprio policy paper. Chiusa la fase di negoziazione con l’Unione Europea per le relazioni post-Brexit, il governo di Boris Johnson ha presentato nella giornata del 16 marzo la revisione integrale della sua dottrina di sicurezza, difesa e politica estera condensata nel documento “Global Britain in a competitive age”.

Dopo aver vinto le elezioni a valanga nel 2019, Johnson ha rivolto un appello alla nazione e al suo governo per costruire negli anni a venire un Regno Unito “veramente globale nella sua portata e nelle sue ambizioni”. La pandemia di Covid-19 ha sicuramente scombinato i piani ma non ha frenato l’elaborazione strategica del governo di Sua Maestà che, proprio nei giorni in cui la campagna vaccinale accelera e i dati sulla crescita economica lasciano presagire spiragli consistenti di miglioramento, si sta preparando alle sfide del futuro.

Una strategia a tutto campo

Le linee guida del documento si fondano su alcuni capisaldi fondamentali, che il primo ministro nella sua introduzione indica chiaramente come presupposti per aprire un “capitolo unico della storia britannica”. In primo luogo, Londra coniuga in un unico filone la ricerca di “forza, sicurezza, prosperità”; in secondo luogo, il Paese si pone l’obiettivo di poter proiettare su scala globale la sua influenza con gli strumenti di hard power e soft power a disposizione; fondamentale è poi l’invito del premier a creare “nuove basi per la nostra prosperità” rafforzando la capacità di Londra di agire sul fronte della competizione tecnologica e della lotta ai cambiamenti climatici.

Infine, sul fronte di difesa e sicurezza il Regno Unito intende promuovere un approccio integrato, ampliare al campo cyber e allo spazio il perimetro della sicurezza, aumentare considerevolmente il budget militare, che dai 40 miliardi di sterline del 2020 crescerà ricevendo 24 miliardi extra spalmati nel prossimo quadriennio.

La sfida del mondo complesso

Dopo la Francia, dunque, anche il Regno Unito riformula la propria strategia nazionale nella prospettiva di andare incontro a scenari globali sempre più competitivi e di dover pensare ad affrontarli con la prospettiva, integrata, del sistema-Paese, sfruttando tutti gli strumenti di potenza a disposizione. E acquisendo le capacità per proiettarle: lo United Kingdom Defence Journal, di recente, ha sostenuto la prospettiva per il Paese di pensare a un ritorno in forze della Royal Navy a Est di Suez, rafforzando il percorso già avviato tra il 2017 e il 2018 con la creazione di una nuova base in Oman e esplicitato nel 2015 in un aggiornamento della dottrina di sicurezza. E il documento del governo britannico cita esplicitamente questa eventualità, parlando della crociera globale della Queen Elizabethla portaerei fiore all’occhiello della marina britannica, che nel 2021 la porterà a toccare il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Indo-Pacifico. A testimonianza della rinnovata postura “globale” del Paese.

Londra rafforza l’ombrello atomico

Il documento prevede investimenti per potenziare le infrastrutture e le basi tra Cipro, Gibilterra, Germania, Oman, Singapore e Kenya e, scrive Formiche, un rilancio dell’arsenale nucleare nazionale: “il Regno Unito procederà ad aumentare l’arsenale fino a 260 testa, così da avere un deterrente minimo, credibile, indipendente, assegnato alla Difesa della Nato. Resteranno quattro i sottomarini nucleari, così da preservare il Continuous At Sea Deterrent con almeno un assetto operativo in mare”. In questo senso, la visione di Boris Johnson è parallela a quella di Emmanuel Macron, che non ha mancato di fare del rafforzamento della “force de frappe” transalpina una punta di lancia della strategia di sicurezza nazionale.

Tecnologia e soft power

Quasi a voler sfatare il mito dell’identificazione massiccia tra “Global Britain” e City finanziaria di Londra, la strategia nazionale punta fortemente sulla volontà di fare del Paese una superpotenza tecnologica ricordando che Londra è il terzo Paese al mondo per “unicorni”, ovvero start-up tecnologiche valutate oltre un miliardo di dollari (77), ha recentemente rafforzato con AstraZeneca e il suo vaccino anti-Covid la sua industria sanitaria, è al quarto posto nel Global Innovation Index, ha un’industria spaziale che pesa per quasi 15 miliardi di sterline l’anno sull’economia nazionale e produce in Scozia più satelliti che in tutto il resto d’Europa. Spazio anche per la proiezione linguistica e culturale, con il British Council e la Bbc indicati come vettori del soft power e, dunque, dell’interesse nazionale.

La visione strategica insita nel documento britannico è chiara: Londra si percepisce come un attore-cardine dello schieramento occidentale, come la reale seconda gamba della Nato al fianco degi Stati Uniti, l’unica potenza capace di portare fino in fondo un’agenda autonoma su ogni terreno (dal commercio alla difesa, dall’ambiente alla salute) nel campo vegliato dalla superpotenza. Prospettiva estremamente impegnativa e complessa, che se da un lato avrà il risultato di mobilitare sul fronte interno programmi di investimento capaci di produrre risultati, occupazione e sviluppo tecnologico a lungo trmine dall’altro dovrà essere tramutata in scelte politiche attive per produrre risultati.

Una strategia troppo ambiziosa?

La sensazione degli ultimi mesi è che la “Global Britain” targata Boris Johnson difficilmente possa tornare pienamente padrona del suo destino, e questo non per un’insanabile problematica creata dalla Brexit e dal distacco dall’Unione.

L’appiattimento britannico sulle posizioni statunitensi nella questione di Hong Kong e del bando al 5G cinese di Huawei dai programmi tecnologici nazionali, che hanno animato la politica nazionale nella scorsa estate, la complementarietà tra le manovre britanniche a Est e le scelte politiche degli Usa legate alla tutela della libertà di navigazione del Mar Cinese Meridionale e l’esistenza di strutture che pre-esistevano alla Brexit e non sono state da esse toccate, come i Five Eyes, ci ricordano in che parte dell’Atlantico stia il vero cervello di elaborazione strategica. Londra dovrà cercare alleati per cui diventare un punto di riferimento, tornare a pensare con mentalità politica il mondo, rompere l’ambiguità della semplice postura commerciale-finanziaria, dar seguito alle parole del documento con azioni concrete.

Difficile che questo spazio di alleanze possa crearsi nel ramo del Commonwealth, che non è geopoliticamente coeso, mentre va indagata la volontà britannica di agire da attore di primo piano tra Mediterraneo e Medio Oriente. Per dimostrare che la Global Britain non nasce vecchia, insomma, Londra dovrà farsi sempre più assertiva, e capire in che misura considerare la sua proiezione mondiale ancillare e di complemento a quella di Washington e in che misura, invece, capire i punti di divergenza tra la “Relazione Speciale” e le sue priorità. Da questa prova di maturità si capirà se la visione della “Global Britain” potrà trovare applicazione concreta.