L’Afghanistan è una terra da sempre problematica per il Regno Unito e le sue ambizioni di proiezione globale. L’esito politicamente deludente per Boris Johnson della crisi seguita al repentino collasso dell’Afghanistan di fronte all’avanzata dei Talebani lo testimonia. L’imponenza delle operazioni di evacuazione che hanno permesso di trarre in salvo circa 10mila persone dopo l’avanzata dei talebani su Kabul non riscatta la realtà dei fatti che ha visto Londra steccare il primo tentativo di agire come una nuova Global Britain dopo l’uscita dall’Unione europea. Nella richiesta, formulata da Johnson e rifiutata da Joe Biden, di mantenere la presenza militare Usa in Afghanistan oltre il 31 agosto per completare l’evacuazione c’è tutta la percepita impotenza di Londra, che si trova impossibilitata ad agire da sola nel Paese e una volta di più in ritirata dai picchi e dai monti del Paese centroasiatico.

Certo, questa volta non è andata come nel 1841-1842, ai tempi del “Grande Gioco”, quando l’esercito occupante l’Afghanistan fu decimato dalla morsa del gelo nella ritirata, ma il danno politico non è secondario. Il Regno Unito è stato il primo contributore della missione a guida statunitense in Afghanistan in questi vent’anni, il principale punto d’appoggio per Washington, un Paese impegnato politicamente a sostegno delle iniziative delle varie amministrazioni a stelle e strisce e si è trovato negli ultimi mesi costretto ad accettare il fatto compiuto dell’imminente ritiro Usa senza avere le forze per invertire la marea.

Il Financial Times parla addirittura di un “momento Suez”. La crisi del 1956 in cui Anthony Eden guidò Londra assieme alla Francia e ad Israele all’assalto del canale nazionalizzato dall’Egitto sancì la fine della velleità coloniale dell’Impero britannico. Oggi, la fuga da Kabul certamente non uccide nella culla la Global Britain ma la rende decisamente più claudicante e impone profonde riflessioni. Londra si trova come l’Unione europea spiazzata dalla deludente prova dei meccanismi di coordinamento della Nato, appiattiti sulla volontà della superpotenza, e deve adeguarsi alla realtà dei fatti. La mancanza di basi strutturate nelle vicinanza della Afghanistan  non permette una logistica autonoma; la ridotta quantità di truppe sul campo non garantisce un controllo autonomo delle infrastrutture; la ridotta presenza di canali diplomatici con i Talebani blocca ogni trattativa autonoma.

A pochi mesi dalla pubblicazione dell’ambiziosa strategia di sicurezza nazionale incentrata proprio sul progetto della Global Britain Johnson dovrà ora operare un profondo ripensamento. Negli ultimi mesi Londra ha esercitato di fatto sovranità autonoma in ambiti ristretti: il calcio, in occasione della discesa in campo contro la Superlega, e la pesca, durante il braccio di ferro con la Francia per le Isole del Canale. Sotto gli altri punti di vista, la Global Britain è stata in realtà di fatto fondata sul consolidamento della relazione speciale con Washington, o meglio della spasmodica ricerca da parte di Londra di conferme oltre Atlantico circa il suo ruolo di alleato numero uno degli Usa.

La graduale svolta anti-cinese benedetta da Washington, le chiusure su nucleare e 5G prodotti da Pechino, la crociera internazionale della Queen Elizabeth II imbarcante personale e F-35 americani, l’infruttuosa proposta di BoJo al recente G7 d’emergenza e la ritirata da Kabul hanno contribuito a segnare ulteriormente la natura di fratello minore degli Usa assunta oramai dal Regno Unito. Che dimostra, anno dopo anno, di non poter completamente sfuggire sul fronte geopolitico al destino che attende il resto dell’Europa. La presenza dei residui dell’impero, di una coscienza marittima accentuata, di un arsenale atomico potrà forse rallentare queste dinamiche, ma alla prova dei fatti il Paese di Sua Maestà si rivela, ogni volta, un attore non determinante e sostanzialmente diretto verso la retrocessione in seconda fascia. La cinica lezione del caos afghano è stata anche quella di scoprire senza ambiguità le carte sui rapporti di forza nell’Occidente, mostrando non tanto l’indiscussa superiorità Usa, Paese a cui tutti gli altri presenti in Afghanistan hanno chiesto copertura, quanto lo spaesamento politico degli alleati europei. Oggetto, più che soggetto, delle decisioni che ne riguardano la sicurezza collettiva. Una dinamica sempre più vera anche per Londra: la Global Britain, insomma, è ancora ben al di là dal sorgere.