Londra batte Bruxelles: la crescita britannica accelera

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Boris Johnson e il suo governo possono iniziare il 2020 festeggiando buone notizie sul fronte economico. A annunciarle sono le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), secondo le quali, quest’anno, il Pil britannico aumenterà dell’1,4 per cento, crescendo dell’1,5 per cento nel 2021. Un’accelerazione non prevista della crescita e che supererà, dopo il completamento della Brexit, quella dei big dell’Unione europea. I tre paesi dell’Eurozona parte del G7, ossia Germania, Francia ed Italia, complessivamente faticheranno a tenere il passo.

La società di revisione dei conti PwC certifica in un parallelo sondaggio che i top manager europei guardano al Regno Unito come il paese-chiave per crescita e investimenti, indipendentemente dalla Brexit, e Downing Street gongola.

L’esecutivo guidato da Johnson, fresco di un’ampia vittoria alle elezioni, può dunque programmare i suoi anni di governo partendo da una solida base. A trainare la sterzata positiva della crescita è stato sostanzialmente il mantenimento ad alti livelli dell’industria finanziaria, che ha smentito l’ipotesi di fuga dalla City di Londra degli operatori storicamente radicati nel Regno Unito, ma per l’esecutivo la sfida ora sarà la capacità di fornire risposte all’ampia massa di elettorato che ha premiato i conservatori nello storico “Muro Rosso” laburista dell’Inghilterra del Nord.

Johnson e il Cancelliere dello Scacchiere Savid Javid hanno recentemente varato il maggiore aumento netto del salario minimo, finalizzato all’incremento delle prospettive di consumo e inclusione della classe lavoratrice, proprio per venire incontro alle esigenze della nuova roccaforte “blu”. IFinancial Times sottolinea che il mantenimento di tali livelli di crescita oltre il 2021 sarà legato all’aumento della produttività del lavoro impiegato in ambito industriale, mentre al contempo sul terreno restano questioni importanti come il rilancio delle aree deindustrializzate e delle città in decadenza delle Midlands, l’aumento degli investimenti infrastrutturali e il rilancio della sanità.

Ma il tema più decisivo sarà lo sviluppo del futuro accordo di libero scambio tra Londra e Bruxelles e la sua complementarietà con le altre intese che, dagli Stati Uniti all’India, il governo Johnson negozierà. Un muro contro muro da entrambe le parti è difficile da immaginare. “Parlando specificamente del commercio, i britannici potrebbero sperimentare un innalzamento dei prezzi di tutti i prodotti importati da Paesi UE”fa notare Il Caffè Geopolitico. Ciò potrebbe anche indebolire la sterlina, “diminuendone il potere d’acquisto e innalzando l’inflazione”, dato che un terzo delle importazioni britanniche provengono dal Vecchio Continente.

Un impatto negativo “potrebbe verificarsi anche sul piano dell’innovazione tecnologica e dello scambio di know how con gli altri Paesi europei”, ma la realizzazione di un deal è da ritenersi plausibile, seppure estremamente complessa, soprattutto per le insistenze sul tema della Germania. Berlino soffre già l’ipotesi di una riduzione degli scambi con Londra legata alla Brexit e mira a non affaticare ulteriormente il suò già debilitato sistema industriale. Dal canto suo, la Gran Bretagna può affrontare con serenità il 2020 dopo le previsioni positive sul fronte della crescita. Johnson deve vincere innanzitutto la battaglia della crescita e del consolidamento delle fasce più vulnerabili dell’economia. Nessuna grand strategy commerciale è immaginabile senza un freno al divario che divide Londra e il resto del Paese. Al contempo, lo stato di salute dell’economia smentisce ogni Cassandra sul tema dell’avvicinamento alla Brexit. Vinta la battaglia prima dell’uscita dall’Unione, Londra dovrà ora vincere la sfida del proseguimento del trend positivo dopo il distacco da Bruxelles.