Nelle ultime settimane, la manovra economica del governo Conte è finita sotto accusa da parte delle istituzioni comunitarie europee e di numerosi apparati economici nazionali, come la Banca d’Italia e l’Inps, che agendo molto spesso in una fase di borse aperte hanno, con la loro incertezza, condizionato anche l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato e dello spread. 

Con il differenziale Btp-Bund oramai ancorato a quota 300 è iniziato, nella pubblicistica economica italiana e nel mondo politico, un “gioco delle tre carte” sulla sua evoluzione: Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno proposto di andare avanti con la manovra a ogni costo, Paolo Savona ha aperto a modifiche nel caso in cui lo spread “sfuggisse di mano” al governo, Giovanni Tria cerca di bilanciarsi su più fronti aprendo i  canali di comunicazione con l’Unione europea.

In maniera arbitraria, uno spread di 400 è considerato pari a una vera e propria linea del Piave, la soglia, politica e psicologica prima ancora che economica, oltre cui il debito pubblico dell’Italia finirebbe per essere degradato dalle principali agenzie di rating e sarebbe impossibile contenere un pericoloso attacco speculativo. Tuttavia, da oltre Atlantico arrivano notizie favorevoli per la tenuta del debito italiano. 

“Il problema numero uno per l’Italia è il debito ma, allo stato attuale, la sua sostenibilità non è in discussione. La variabile chiave sarà la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal governo possano essere di stimolo per l’economia”, ha dichiarato al Sole 24 Ore Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities della divisione di asset management di Jp Morgan, colosso che gestisce attività dal valore complessivo di 1,7 trilioni di dollari e  ha un portafoglio obbligazionario valutato 484 miliardi.

Fare deficit non è tabù

Le parole di Gartside sono arrivate a poca distanza da un’importante asta sui Bot a 12 mesi che ha visto il Tesoro italiano piazzare asset dal valore di 6 miliardi di dollari a fronte di un’ampia domanda eccedentaria. Il manager non nasconde che “l’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunità di investimento” perché i fondamentali macroeconomici italiani sono tutt’altro che negativi e, in questo contesto, non è certamente la spesa in deficit a rappresentare un rischio.

“Tanti governi, a partire da quello americano, stanno facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia faccia altrettanto. È una tendenza che andrà ad aumentare nei prossimi anni. Per compensare la riduzione dello stimolo monetario si utilizzerà sempre di più la leva fiscale”, e la volatilità sui mercati non prefigura, necessariamente, un crollo finanziario imminente. Negli ultimi anni la volatilità è stata una costante nei Paesi finiti sotto la lente delle cronache politiche internazionali nei momenti di massima tensione: basti pensare alla Francia prima delle elezioni presidenziali o al Regno Unito post-Brexit.

L’Italia è in un vero e proprio periodo di fuoco che si concluderà con le elezioni europee di maggio ma, in questo contesto, può contare su una ritrovata sintonia con Washington per alleviare una pressione franco-tedesca in sede europea che, in una situazione alternativa, avrebbe potuto essere problematica. E a dimostrarlo non sono solo le dichiarazioni di intenti di Jp Morgan, ma anche azioni riconducibili direttamente all’amministrazione Trump.

L’asse Italia-Usa si allarga all’economia

Nella giornata dell’11 ottobre, ai margini di un meeting del Fmi a Bali, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha incontrato l’omologo statunitense Steven Mnuchin, ribadendo l’impegno a proseguire sul sentiero della riduzione del rapporto debito/Pil e illustrando lo spirito e i contenuti della manovra di bilancio per il 2019, mirata al rafforzamento della crescita economica italiana. Dal canto suo Mnuchin, segnala Lettera43, “ha auspicato il ritorno della stabilità sui mercati, evocando la «situazione precedente» all’annuncio della manovra dal parte del governo M5s-Lega. Gli Stati Uniti invitano dunque ad abbassare i toni e non avrebbero alcun interesse a destabilizzare l’area dell’euro attraverso l’Italia”.

Come scrive Daniele Capezzone su La Verità, “la mano americana sulle nostre spalle comincia a farsi sentire. Si pensi solo alla Libia: il piano del presidente francese Emmanuel Macron, volto a imporre elezioni-lampo, è stato fatto saltare in sede Onu proprio grazie agli Usa; sarà invece centrale una conferenza che si svolgerà in Italia; e grazie a una positiva triangolazione con il mondo anglosassone (in questo caso, con gli inglesi di Bp), Eni sembra consolidare il suo ruolo rispetto alla francese Total nei nuovi accordi petroliferi nella regione”.

L’allargamento all’economia di questa sintonia all’economia e alla finanza non è che la logica conclusione dell’affiatamento crescente tra l’amministrazione Trump e il governo Conte che, dopo l’incontro bilaterale di luglio, hanno saputo lavorare in sinergia su diversi temi importanti. C’è la consapevolezza che l’America creda nelle capacità dell’Italia e sia disposta a supportarla: per Roma, ciò significa un vero e proprio diritto di prelazione sulle altre potenze europee, in rotta di collisione o in lite con Washington, per la conquista della fiducia della superpotenza americana.