La situazione in Bielorussia è esplosiva: nella serata di ieri, ad alcune ore di distanza dalla chiusura delle urne, il comitato centrale elettorale ha decretato la vittoria del presidente uscente Aleksandr Lukashenko, primo candidato con l’80,23% delle preferenze.

L’opposizione antigovernativa, rappresentata dall’indipendente Svetlana Tikhanovskaya, non ha accettato i risultati delle presidenziali, agitando lo spettro dei brogli e sostenendo di avere le prove per corroborare le accuse. Nei canali Telegram, i cittadini ordinari hanno iniziato a condividere foto e video amatoriali, fatti di persona, riguardanti le manipolazioni e le irregolarità alle quali hanno assistito, e molto rapidamente la rabbia è stata traslata dalla rete alle piazze.

La lunga notte di Minsk

Ad urne chiuse, molte persone hanno deciso di rimanere in strada, davanti ai seggi e nelle vie centrali, forse nella speranza e nell’aspettativa di celebrare la sconfitta del cosiddetto ultimo dittatore d’Europa. L’entusiasmo si è tramutato in rabbia quando, verso le 20 (ora italiana), sono stati pubblicati i primi exit poll, indicanti Lukashenko vincente con il 79,7% delle preferenze, ma il casus belli è stata la successiva pubblicazione dei primi risultati da parte del comitato elettorale centrale, una sostanziale conferma degli exit poll.

A quel punto, gli assembramenti si sono diffusi in maniera capillare e il clima si è surriscaldato: i manifestanti antigovernativi hanno iniziato a chiedere le dimissioni di Lukashenko e il ritorno alle urne, dando vita ad una lunga notte di gravissimi scontri. Gli incidenti hanno avuto luogo nelle maggiori città del Paese, come Brest, ma l’epicentro del tentativo di insurrezione è stata la capitale: Minsk.

La protesta ha assunto sin dai primordi i connotati di una guerra urbana su larga scala: da parte delle forze dell’ordine sono stati utilizzati i cannoni ad acqua, gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti, mentre i manifestanti hanno tentato di erigere barricate nelle strade centrali e fatto vasto ricorso agli ordigni.

I disordini hanno interessato l’intera capitale, dalle periferie al centro, e il numero dei partecipanti è stato elevatissimo, si stima fra le 50mila e le 100mila persone, rendendo obbligato l’invio aggiuntivo di unità dell’esercito e della polizia dalle città limitrofe e, soprattutto, l’intervento dell’OMON (Отряд Мобильный Особого Назначения), un corpo impiegato in situazioni ad alto rischio come operazioni antiterrorismo e insurrezioni.

Gli scontri sono andati avanti tutta la notte ed è soltanto per mezzo della visione delle immagini diffuse in rete dalle agenzie di stampa indipendenti e dalla gente comune che è possibile avere un’idea della loro dimensione: le forze dell’ordine sono intervenute anche nei quartieri popolari, all’interno di parchetti siti in complessi residenziali, e in diversi casi sono state costrette alla ritirata perché soverchiate numericamente o perché incapaci di reggere lo scontro, assaltate da lanci fitti e continui di ordigni.

La mattina del 10 agosto il Ministero dell’Interno ha comunicato i numeri ufficiali dell’insurrezione, un vero e proprio bollettino di guerra: 3mila persone arrestate in 33 città, un terzo dei fermi (mille) è avvenuto a Minsk, più di 50 civili ospedalizzati e 39 feriti tra le forze dell’ordine.

Chi protestava?

L’insurrezione è stata ampiamente partecipata; a Minsk almeno 100mila persone si sarebbero trovate in strada all’apice degli eventi, soprattutto adolescenti e adulti. Sono stati numerosi gli assembramenti che hanno creato problemi alle forze dell’ordine, costringendole alla fuga, ed erano tendenzialmente composti da centinaia di persone e caratterizzati da un buon grado di organizzazione e di preparazione allo scontro, in quanto dotati di ordigni e capaci di resistere e rispondere alle cariche di alleggerimento.

Visionare le immagini diffuse dalle agenzie giornalistiche indipendenti, dal mondo della controinformazione e dagli spettatori dei disordini, è estremamente utile in quanto permette di costruire un quadro parziale dell’accaduto. Sembrerebbe che nei punti caldi di Minsk, ovvero quelli in cui si sono verificati gli scontri più significativi, abbiano agito numerosi ultrà e simpatizzanti dell’estrema destra, riconoscibili dai tatuaggi e dal fatto di sbandierare la vecchia bandiera bielorussa bianco-rosso-bianca, un simbolo che, però, ha un significato anche più vasto e viene utilizzato sin dagli anni ’90 nelle manifestazioni di protesta antigovernative.

Lukashenko sapeva o intuiva?

All’indomani degli scontri Lukashenko è apparso in pubblico, invitando l’opposizione ad avviare un dialogo costruttivo per il benessere nazionale e reiterando la convinzione che dietro l’insurrezione, e le proteste dei mesi precedenti, vi sia una mano straniera. Nella notte, le guardie di frontiera avrebbero impedito dei tentativi di superamento illegale del confine da parte di cittadini polacchi, russi e ucraini, intenzionati a “fare una Maidan” in Bielorussia, mentre i servizi segreti avrebbero intercettato comunicazioni tra i manifestanti e l’estero, in particolare da Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca.

Lukashenko sapeva, ed è per questo che, molto probabilmente, le interruzioni alla rete internet nazionale del 9 agosto non state causate da degli attacchi cibernetici operati dall’estero ma sono state il frutto di un piano anti-insurrezione studiato meticolosamente. Nella consapevolezza che, nel 2020, la protesta viaggia in rete, mettere fuori uso piattaforme sociali popolari come Telegram e VKontakte, significa rallentare e/o impedire il lavoro dei rivoluzionari e dei loro possibili sostenitori.

Lo spettro delle interferenze, anche sotto forma di trame volte ad un cambio di regime, ha aleggiato sull’intero periodo elettorale ed è stato agitato regolarmente da Lukashenko. I disordini di ieri, per il modo in cui sono stati organizzati e i problemi che sono riusciti a creare anche alle forze speciali, potrebbero essere la conferma che il presidente non stava bluffando e che dei piani antigovernativi siano effettivamente in essere.

Era stato proprio Lukashenko, il 19 giugno, a dare la notizia di un tentativo golpista in stile Euromaidan sventato dai servizi segreti: “Siamo stati capaci di agire in anticipo e sventare un piano su vasta scala per destabilizzare la Bielorussia e portarla in una specie di Maidan, una rivoluzione orchestrata. Questo era il loro piano. Le maschere sono state tolte non solo ad alcuni burattini che avevamo qui, ma anche ai burattinai che si trovano fuori dalla Bielorussia”.

Lukashenko non aveva fornito ulteriori dettagli sull’avvenimento, lasciando intendere che la rivoluzione colorata fallita avrebbe potuto avere una doppia regia, perché “oggi il focus di tutti gli interessi politici è sulla Bielorussia, sia ad Occidente che ad Oriente”.

Il mese seguente, il 29 luglio, quei timori sembravano aver trovato conferma: un’operazione antiterrorismo aveva condotto all’arresto di 33 cittadini russi, accusati di essere membri del famigerato gruppo Wagner in procinto di disseminare il caos nel paese.

La mattina seguente, le autorità bielorusse avevano annunciato l’apertura ufficiale di un caso contro gli arrestati, che si ritiene fossero coinvolti in una trama terroristica coinvolgente oltre 200 militanti e della quale i servizi segreti erano stati informati nei giorni precedenti. Tuttavia, non è da escludere che i militari privati si trovassero a Minsk per una semplice sosta nell’attesa di rincasare a Mosca dopo aver trascorso un periodo operativo all’estero o, al contrario, che fossero appena partiti e in procinto di essere redirezionati in Africa, Medio Oriente o Ucraina orientale.

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