La geopolitica della corsa allo spazio
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Il primo turno delle elezioni politiche francesi riflette l’incertezza dei tempi: percentuali ballerine e maggioranze sul filo del rasoio che stonano decisamente con il clima da conquistatore che aveva inaugurato la rielezione di Emmanuel Macron. Tuttavia, a quasi due mesi dalla sua riconferma all’Eliseo, le elezioni del 12 e 19 giugno presentano una sfida decisiva: si tratta, scegliendo 577 deputati tra quasi 6.300 candidati, di dare al Presidente della Repubblica i mezzi per attuare il suo programma o per imporgli una convivenza con un Primo Ministro dell’opposizione.

Arrivando prima con il 25,75% dei voti, la coalizione presidenziale si classifica al primo posto nel primo round di legislative 2022, ma seguita dal Nupes (25,66%), celebra “una vittoria senza cuore“.

Una strana campagna elettorale

Il tutto aggravato da una campagna elettorale inconsistente, annacquata dalla debole partecipazione e un tasso di astenuti oltre il 50%. Alle 17 il tasso di partecipazione era solo del 39,42%. Si tratta di 1,3 punti in meno rispetto al 2017, quando l’astensione è diventata la maggioranza quell’anno per la prima volta (con il 51,3%) durante le elezioni legislative. Una progressione ininterrotta per trent’anni: era solo il 31,09% nel 1993. Risultati che riflettono anche un elettorato anagraficamente agée, con una età media di 50 anni.

Un coacervo di temi pare aver influito sul voto: le stime danno il caro vita come ragione principale del comportamento di voto per il 53% degli elettori, seguito da salute, ambiente, crimine, pensioni e immigrazione. Accanto a ciò anche la politica estera, dominata dal futuro dell’Unione e il conflitto in Ucraina.

Ma la distonia maggiore è l’atteggiamento degli elettori verso l’establishment: la sensazione è che Emmanuel Macron, ex enfant prodige di Francia, sia ormai concepito come ancien régime tanto da trasformare il settantenne Mélenchon nel vero interprete del voto progressista, nuovo e in qualche modo “giovane”. Il leader gauchista promette di ribaltare la maggior parte delle riforme di Macron, di ridurre l’età pensionabile a 60 anni, di annullare le riforme liberalizzatrici del mercato del lavoro, di ripristinare la tassa sul patrimonio e di aumentare il salario minimo netto del 15%, portandolo a 1.500 euro al mese. Oltre ad abbassare l’età pensionabile, Nupes giura di congelare i prezzi di 100 prodotti essenziali e creare un milione di posti di lavoro. Su queste opzioni lancia l’allarme Le Figaro: il rischio è che  si verifichi una “esplosione del debito, della pressione fiscale e del deficit che provocheranno un rallentamento dell’economia e colpiranno i francesi più fragili”.

Era abbastanza scontato che l’affluenza alle urne fosse la più bassa nella storia francese moderna. Molti elettori hanno chiaramente deciso di sfruttare il clima soleggiato in tutta la Francia. Ma soprattutto, finora, la campagna elettorale non è in gran parte riuscita a prendere vigore. Mélenchon si è dimostrato l’eccezione, conducendo una poderosa campagna elettorale, galvanizzato dal terzo posto alle elezioni presidenziali. Ha costruito un’alleanza astuta, nonostante il borioso slogan “Mélenchon primo ministro”.

Macron, invece, ha trascorso le ultime settimane nella costruzione di un nuovo governo sotto Elisabeth Borne, mentre la Francia è alle prese con l’aumento dell’inflazione e la crisi del costo della vita. Il primo ministro ha detto che il governo ha avuto una settimana per convincere gli elettori e ottenere la maggioranza, senza trascurare le urgenze della politica estera.

Lo spauracchio della coabitazione

Il fatto che un elettore francese su due sia rimasto lontano dalle urne è preoccupante, sostiene il noto politologo Olivier Rouquan. “La gente sentiva di aver già espresso le proprie opinioni alle elezioni presidenziali, o almeno credeva”.

Fino al 2002, le due elezioni sono state tenute separate, il che significava che il governo, talvolta, è stato guidato da un partito diverso dal presidente, in quella che divenne nota come coabitazione (o convivenza). Se Macron perdesse la maggioranza potrebbe dunque essere costretto a convivere con la sinistra.

Sotto la V Repubblica, la Francia ha vissuto tre casi di “coabitazione” a seguito delle elezioni legislative vinte dall’opposizione al partito del presidente. Il primo è stato dal 1986 al 1988, quando François Mitterrand ha avuto Jacques Chirac come primo ministro; il secondo durante il secondo mandato del presidente Mitterrand con Edouard Balladur dal 1993 al 1995; infine, uno più lungo con Chirac come presidente e Lionel Jospin come primo ministro, dal 1997 al 2002.

Dal 2000, il passaggio al quinquennio e il cambio del calendario elettorale – in modo che le elezioni legislative seguano subito dopo le presidenziali – ha reso abbastanza difficile questa opzione. Ma non impossibile. Numerosi osservatori vedono nella coabitazione il rischio di una paralisi politica, sebbene non sia disdegnata dall’opinione pubblica, che la vede come una forma di utile cooperazione.

In questa ipotesi la Costituzione prevede che il fulcro del potere sia nel rapporto tra il presidente del Consiglio e l’Assemblée Nationale. In queste situazioni di condivisione del potere, il presidente ha un ruolo decisamente più defilato. Nomina il primo ministro di sua scelta (che deve però avere la fiducia dell’Assemblea); presiede il consiglio dei ministri (ma su di esso perde la sua influenza), firma decreti e ordinanze e ha il potere di nominare funzionari civili e militari dello Stato; può sciogliere l’Assemblée Nationale (non più di una volta all’anno); può rivendicare poteri eccezionali in caso di minaccia “grave e immediata” alle istituzioni, all’indipendenza della nazione, all’integrità del territorio o all’esecuzione di impegni internazionali.

Una formula che si fa ambigua a proposito della politica estera e della Difesa. Per questo è consuetudine, durante le coabitazioni, scegliere ministri della Difesa e degli Affari Esteri che piacciano a entrambi gli uomini al potere, per evitare attriti.

La geografia del voto

Il secondo turno delle elezioni presidenziali aveva detto molto sulla Francia che cambia. Negli ultimi cinque anni c’è stato soprattutto uno spostamento geografico nel voto, con un calo del sostegno a Macron in Bretagna. Queste elezioni hanno mostrato anche un’altra tendenza geografica: il divario est-ovest, evidente anche nel 2017. Il divario tra est e ovest è in realtà una combinazione di diversi fattori, tra cui la “rust belt” nel nord-est del paese, che ha votato principalmente Le Pen sia al primo che al secondo turno delle elezioni. Sede delle ex aree industriali e minerarie del Paese, negli ultimi anni ha registrato alti livelli di disoccupazione.

Ma non è solo la geografia a influenzare il modo in cui le persone votano: l’età è un altro fattore importante. I gruppi elettorali più giovani e più anziani (rispettivamente di età compresa tra 18-24 e over 70) preferiscono di gran lunga Emmanuel Macron, mentre quelli di età compresa tra 50 e 59 anni preferiscono di poco Le Pen. Reddito e il livello di istruzione si riflettono anch’essi nei modelli di voto, con Marine Le Pen che attira più elettori della classe operaia di Emmanuel Macron.

L’analisi delle circoscrizioni al primo turno delle legislative, invece, restituisce un panorama ancor più balcanizzato. Un puzzle di dinamiche e risultati che possono essere solo vagamente riassunti con delle tendenze: una certa preminenza di Ensemble nel nord-ovest del Paese; una certa dominanza di Nupes nel centro-sud assieme a Lr/Udi; una certa predominanza di RN nel nord-est e nel sud-est.

Next stop: il 19 giugno

I dati sembrerebbero confermare, inoltre, il fatto che Ensemble vira verso il centrodestra, almeno dal punto di vista degli elettori. Il bacino elettorale del presidente ora trae la maggior parte del suo sostegno da un corpo elettorale anziano e di centrodestra che precedentemente ha votato per il partito conservatore mainstream, Les Républicains. Come sostiene Mathieu Doiret della Ipsos “Gli anziani detengono l’equilibrio di potere, perché votano il doppio dei giovani. Ecco perché Angela Merkel è rimasta al potere così a lungo in Germania e perché Boris Johnson vince nel Regno Unito”.

Tra i due turni delle recenti elezioni presidenziali, il terzo uomo Mélenchon è stato criticato per essersi rifiutato di appoggiare Macron (ha invece invitato gli elettori a non dare a Le Pen “un solo voto”). Con il secondo turno della prossima settimana che probabilmente assisterà a duelli tra candidati di sinistra e estrema destra, è probabile che l’elettorato di Macron dovrà affrontare un dilemma simile. Finora, i funzionari del partito hanno detto all’AFP che decideranno “caso per caso”. La chiave di cosa accadrà in Parlamento è tutta lì.

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