Il vicepresidente degli Stati Uniti è la figura più importante di ogni amministrazione: reale decisore politico, stratega di prim’ordine, comunicatore con l’estero e, soprattutto, potere dietro al trono che sussurra all’orecchio dell’inquilino della Casa Bianca indicandogli quale strada prendere e come.

L’influenza esercitata dal numero due sul numero uno è stata storicamente forte, seppure condizionata dalla presenza e dal concatenamento di una serie di fattori, tra i quali carisma, preparazione e legami a gruppi di pressione, e sono molteplici i casi dei vicepresidenti che hanno saputo approfittare del ruolo per trasformarsi da burattini a burattinai.

Dick Cheney, ad esempio, è universalmente riconosciuto come il “vicepresidente più potente” della storia degli Stati Uniti, colui che ha persuaso George Bush Jr a realizzare uno stato di sorveglianza di massa nel dopo-11/9, a muovere guerra all’Iraq e a raffreddare le relazioni bilaterali con la Corea del Nord. Uno scenario alla Cheney sembra in procinto di ripresentarsi oggi, con l’amministrazione Biden, alla luce del dinamismo irrefrenabile che sta connotando Kamala Harris.

Il dialogo con i capi di Stato

Qualcosa di irrituale sta accadendo nelle stanze dei bottoni degli Stati Uniti: il presidente è assente, rilascia poche interviste e ai riflettori dei giornalisti sembra preferire la solitudine dello Studio Ovale. Colpisce, ad esempio, che siano trascorsi oramai due mesi dall’insediamento presidenziale e che Joe Biden non abbia ancora organizzato una conferenza stampa ufficiale. La prima, infatti, dovrebbe avere luogo il 25 marzo.

Se l’assenza di Biden dal palcoscenico è comprensibile, in ragione della pandemia, quella dal dietro le quinte può avere soltanto una spiegazione: l’attuale presidente è una polena, proprio come Bush Jr ai tempi della Guerra al Terrore, i cui passi vengono decisi o dal proprio vice, la Harris, o da qualcun altro ancora, come Antony Blinken.

I fatti, del resto, sono piuttosto eloquenti: la Harris si sta contraddistinguendo per la propensione alle cosiddette “chiamate in solitaria”, cioè conversazioni telefoniche con omologhi e capi di Stato in assenza di Biden, e l’elenco va allungandosi con il tempo. Nella lista dei primi ministri, dei presidenti e dei personaggi internazionali contattati dalla Harris figurano, tra gli altri, Tedros Adhanom (Organizzazione Mondiale della Sanità), Erna Solberg (Norvegia), Justin Trudeau (Canada), Benjamin Netanyahu (Israele) ed Emmanuel Macron (Francia).

Ultimo ma non meno importante, la Harris ha presenziato alla prima bilaterale Stati Uniti-Canada – un “privilegio” che, come ricorda Politico, Barack Obama non diede a Biden – ed è solita ai pranzi di lavoro con Blinken.

Potere dietro al trono o apprendistato?

Un potere dietro al trono, per essere tale, deve possedere tre caratteristiche: carisma, legami ai gruppi di pressione e preparazione. La Harris ha in dotazione i primi due elementi, ma, in quanto proveniente dal mondo della legge, è priva del terzo. È altamente probabile, alla luce di ciò, che il presidente abbia deciso volontariamente di delegarle una serie di fascicoli e darle carta bianca nella gestione della rubrica per una ragione aquilina: la Harris va formata, preferibilmente sul campo, affinché risulti adeguata al ruolo nel caso di una candidatura presidenziale nel 2024.

Non un potere dietro al trono, quindi, ma un (forse) futuro presidente che richiede addestramento e abbisogna, inoltre, di creare un proprio circolo di contatti spendibili nel prossimo futuro. Se un potere dietro al trono esiste – perché esiste sempre –, va cercato nei personaggi più inseriti nei gangli del complesso militare-industriale, come Blinken, il co-autore (insieme a Biden) del piano d’azione per l’Ucraina ai tempi della seconda amministrazione Obama. È con Blinken, del resto, che la Harris sta trascorrendo una parte significativa del proprio tempo e non è da escludere che il segretario di Stato, oltre a suggerire all’orecchio di Biden, stia facendo da mentore alla stella ascendente dei Dem.