L’ombra del settarismo nelle proteste libanesi

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Politica /

A circa un mese e mezzo dall’inizio delle proteste, in Libano qualcosa sta cambiando. Al grido “Rivoluzione, rivoluzione”, simbolo delle manifestazioni, si sta affiancando quello di “sciismo”, segno dell’incedere del settarismo nella rivolta popolare libanese.

Dal 16 ottobre scorso, il popolo libanese è sceso in piazza per manifestare contro la profonda crisi economica – il debito pubblico ha raggiunto il 155% del Pil -, il malgoverno e la corruzione della classe dirigente, il cui assetto è rimasto lo stesso da quasi trent’anni.

Ciò che finora ha caratterizzato le proteste – contraddistinguendo il Libano dal resto della regione – è stata l’unità del popolo libanese. Superando divisioni settarie, religiose e sociali, i manifestanti concordano sul non volere un cambiamento di facciata, bensì una vera e propria riforma del sistema statale. Al fianco del popolo, le forze armate, che hanno consentito lo svolgimento pacifico delle manifestazioni.

Scontri tra i manifestanti ed Hezbollah

Dopo circa 40 giorni di proteste e avendo ottenuto scarsi risultati, tuttavia, un sentimento di frustrazione ha iniziato a farsi largo tra la popolazione. Così, il 24 novembre, i manifestanti hanno deciso di formare blocchi stradali e indire uno sciopero generale di un giorno con lo scopo di aumentare la pressione sul governo, evitando qualsiasi ricorso alla violenza.

Poi, la situazione è precipitata. Prima che potessero essere realizzati i nuovi obiettivi della protesta, domenica scorsa a Beirut si sono verificati alcuni scontri violenti tra i manifestanti e i sostenitori di alcuni gruppi, probabilmente affiliati ai movimenti sciiti di Hezbollah e Amal – partito politico libanese legato alla comunità sciita -, rendendo necessario l’intervento dell’esercito e delle squadre antisommossa. Il pretesto della rissa sarebbero stati alcuni commenti offensivi pronunciati dai manifestanti contro il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Gli scontri violenti sono continuati il giorno successivo (25 novembre) sia a Beirut sia nella città di Tiro, dove i sostenitori di Hezbollah e Amal avrebbero strappato e dato fuoco alle tende dei manifestanti, costringendo, anche in questa occasione, le forze di sicurezza a intervenire per calmare gli animi.

A dispetto delle apparenze, non si tratta di un cambio di registro improvviso. Alcuni segni erano già ravvisabili alla fine di ottobre, quando, dopo circa due settimane di manifestazioni, alcuni gruppi legati a Hezbollah e Amal avevano attaccato e distrutto un presidio della protesta a Beirut, dando fuoco alle tende e picchiando i manifestanti.

Un messaggio politico

Questo esito violento può essere riconducibile alla frustrazione legata allo stallo delle proteste, al vuoto politico lasciato dalle dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, (29 ottobre) nonché al tentativo fallito di nominare al suo posto Mohammed Safadi – ex ministro delle Finanze -, fortemente contestato dai manifestanti (16 novembre).

La formazione del nuovo esecutivo continua a essere un tema incandescente: secondo una parte dei manifestanti, dovrebbe essere composto da tecnici in grado di guidare il Paese fuori dalla crisi economica e finanziaria che sta vivendo, mentre per il blocco Hezbollah-Amal dovrebbe vedere la riconferma di Hariri, seppure alla guida di un governo misto formato da tecnici e politici.

Il timore dei sostenitori di Hezbollah e Amal è che, senza Hariri, il nuovo esecutivo non tenga conto del loro ruolo o nasca addirittura con intenti ostili. In questo scenario, dunque, è ipotizzabile che le azioni violente degli ultimi giorni possano rappresentare un messaggio politico: i sostenitori di Hezbollah e Amal sono disposti a ricorrere all’uso della forza per tutelare il loro potere politico.

Verso la settarizzazione del conflitto?

Anche se la popolazione sembra ancora intenzionata a rimanere unita per realizzare l’obiettivo comune – un nuovo esecutivo che guidi il Paese fuori dalla crisi -, l’emergere del settarismo potrebbe far scivolare il Libano verso lo scenario meno desiderabile, trasformando le manifestazioni pacifiche in uno scontro confessionale.

Proprio un meccanismo simile, in passato, ha condotto Paesi come la Siria e lo Yemen nel baratro della guerra civile, dopo che la popolazione – scesa in piazza sull’onda della cosiddetta “Primavera araba” – non era riuscita a rimanere unita, permettendo alle rivolte confessionali di strumentalizzare le proteste.

In Libano, la guerra civile (1975-90) è scoppiata proprio per motivi settari. In scenari simili – si sa – è l’esercito ad assumere un ruolo di primo piano. Almeno finora, le forze armate libanesi sono riuscite a mantenersi neutrali, garantendo alla popolazione la possibilità di manifestare in modo pacifico, cosa che non aveva fatto durante la guerra civile, quando si era diviso seguendo linee settarie.