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Il potere può essere concentrato in una o più persone, passare da un soggetto all’altro o assumere nuove forme di espressione. In altre parole non sarà mai un’entità statica, visto che nel corso dei secoli ha dimostrato di saper cambiare con il passare del tempo, adattandosi a molteplici contesti. È successo così anche in Cina, dove con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1949) il potere è stato trasferito nel Partito Comunista Cinese, vincitore della Guerra civile combattuta contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek e autore della (quasi) riunificazione del Paese dopo anni – anzi, un secolo – di umiliazioni.

Da allora si sono susseguite cinque generazioni di leader, dal Grande Timoniere Mao Zedong all’attuale presidente Xi Jinping. È interessante, in particolare, soffermarsi su quest’ultimo personaggio, sempre più centrale nella storia della giovane Repubblica Popolare. Se in un primo momento Xi sembrava intenzionato a seguire molti dei precetti sposati dai suoi predecessori – ad esempio, il “nascondere la forza e aspettare il momento giusto per colpire” di Deng Xiaoping, oppure l’essere “altro” rispetto al partito, come ebbe a fare Mao – con il passare degli anni è emerso un progetto ben diverso.

Il potere di Xi

Al termine di un percorso complesso, Xi Jinping ha assunto su di sé poteri che mai nessuno, in Cina, possedeva dai tempi di Mao. Considerando lo scenario internazionale in cui sta giocando la sua partita, Xi è addirittura andato oltre, riunendo le tre cariche più importanti del Paese in una sola persona: quella di presidente della Repubblica Popolare Cinese, di presidente della Commissione Militare Centrale (ovvero l’organo decisionale delle forze armate) e quella di segretario generale del Partito Comunista Cinese (Pcc). Il pensiero di Xi Jinping è stato inoltre inserito nello statuto del Partito (il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”), un onore che era stato riservato solo a Mao e Deng, mentre in occasione del sesto Plenum del Pcc i più alti funzionari del partito hanno approvato la “risoluzione storica” presentata da Xi relativa ai successi raggiunti dal partito sin dalla fondazione avvenuta 100 anni fa.

Ebbene, la risoluzione ritrae il presidente cinese come “leader fondamentale” che ha “promosso risultati e cambiamenti storici”, nonché come futuro “unico strumento per completare il ringiovanimento della nazione cinese”. Insomma, Xi è ufficialmente entrato nel ristrettissimo gotha riservato alle più importanti figure della storia del Pcc. E tutto questo contribuirà a gettare le basi per un suo eventuale (e probabilissimo) terzo mandato, altro inedito nella storia della Repubblica Popolare. L’appuntamento è fissato per la seconda metà del 2022, quando verrà convocato il XX congresso del partito. Il messaggio è chiaro: nonostante non sia più giovanissimo (68 anni), Xi Jinping continuerà ad avere un ruolo chiave per continuare a percorrere la strada contornata da “riforme e apertura” e indicare il futuro della Cina contemporanea.

Ostacoli e rischi

Al netto delle somiglianze piuttosto evidenti, esistono tuttavia differenze abissali tra Xi Jinping e Mao Zedong, l’uomo più importante nella storiografia cinese. Il primo non ha alcuna intenzione di fare razzia del passato invocando una sorta di rivoluzione permanente, o peggio, una lotta di classe. Xi ha sposato due capisaldi: ordine e armonia. Il suo obiettivo consiste nel fondere l’uomo nuovo comunista con il vecchio uomo cinese (per intendersi quello intriso di cinquemila anni di civiltà). Detto in altri termini, al sogno rivoluzionario di Mao, Xi Jinping contrappone un sogno imperiale riadattato al XXI secolo.

Ma la differenza più marcata tra i due è la stessa che spinge molti analisti a interrogarsi sul presunto dissenso radicato tra i meandri più scuri del Pcc. Xi vive in simbiosi con il partito, è il cuore di quel partito che sotto la sua presidenza ha riaffermato la supremazia sullo stato. La centralizzazione del potere che conta in un unico contenitore (il partito) e in una sola persona (Xi) potrebbe rispecchiare le esigenze della Cina odierna, chiamata a perseguire uno sviluppo economico molto più particolare rispetto al passato, ridurre le disuguaglianze e consolidare la propria posizione sullo scacchiere globale. Anche nella Cina di Xi esistono “pesi e contrappesi”, ma è indubbio che il posto d’onore all’interno del sistema politico cinese spetti a Xi Jinping.

Premesso che le dinamiche politiche interne della leadership del Pcc sono per lo più sconosciute, vari studi hanno sottolineato come il partito non sia un monolite. Al contrario, il Partito Comunista Cinese sarebbe composto da gruppi e fazioni non sempre d’accordo tra loro e attraversato da divisioni interne tanto sui temi da affrontare quanto sulle visioni future da sposare. Xi è il leader del sistema politico cinese dal 2012 ma, ancora una volta, si trova in una posizione diversa rispetto a Mao e Deng. Questi ultimi, nel momento in cui hanno avviato le precedenti risoluzioni sulla storia del Pcc (rispettivamente nel 1945 e nel 1981), potevano contare sì su un’autorità politica consolidata, ma anche, per certi versi, indipendente dalle loro posizioni all’interno del Pcc.

Xi Jinping ha senza dubbio importanti sostenitori tra i membri di spicco della leadership del Pcc, ma il presidente non gode (e forse non godrà mai) di una posizione indipendente di cui invece hanno goduto i due citati predecessori. Xi e il Pcc sono una cosa sola, e lo sono da quando il partito ha deciso di imboccare la strada di dare sfoggio di un leader di ferro. Del resto, le sfide che deve affrontare la Cina – dalla pandemia di Covid-19 al recente fallimento del colosso immobiliare Evergrande – richiedono metodi bruschi. Ma siamo sicuri che in seno al Pcc siano tutti concordi con il contenuto di questi metodi? Il rischio è che Xi Jinping possa diventare un capro espiatorio nel momento in cui Pechino dovesse iniziare a navigare in mari tempestosi. A quel punto Xi potrebbe essere colpito su due fronti: internamente dal “fuoco amico” di ipotetiche fronde createsi nel cuore del Pcc, ed esternamente dagli sconfitti della globalizzazione con caratteristiche cinesi (funzionari purgati, imprenditori più o meno ricchi, una parte di classe media).