L’ombra dei missili nordcoreani sul Partito comunista cinese

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Questa mattina, la Corea del Nord è tornata ad usare toni molto duri non solo nei confronti dell’America, ma anche del mondo intero: “Tutto il territorio degli Stati Uniti è all’interno del nostro raggio di fuoco”, ha detto il vice ambasciatore di Pyongyang all’Onu, Kim In-ryong, che si è poi rivolto agli alleati di Washington: “Finché un Paese non partecipa ad azioni militari Usa contro la Corea del Nord, non abbiamo intenzione di usare o di minacciare l’uso di armi nucleari contro altri Paesi”.

Queste minacce non sono casuali e arrivano proprio alla vigilia del 19esimo congresso del Partito comunista cinese, che si terrà domani nella Grande Sala del Popolo di Pechino.



L’ormai ex alleato cinese si sta sganciando sempre di più da Pyongyang. Sia economicamente che politicamente. Poche settimane fa, infatti, Pechino ha tagliato l’export “di greggio verso la Corea del Nord, seguendo le sanzioni dell’Onu per i test nucleari e i missili balistici”, e ha inoltre azzerato “l’import di tessile tra le voci principali dell’interscambio con Pechino, che vale circa il 90% dei flussi di Pyongyang”, come riporta Rai News.

Da alcuni mesi, in Cina, si assiste inoltre ad una serie di epurazioni ai danni dei generali.  Secondo quanto riporta Eastwest, “la nuova leadership cinese è molto meno agganciata al concetto di Corea del Nord come ‘stato cuscinetto’ tra la Cina e una Corea del Sud con basi americane, rispetto a quanto non sia di questo avviso, invece, l’esercito cinese. L’attuale dirigenza cinese, inoltre, non sembra apprezzare molto la possibilità di ritrovarsi con India, Pakistan, Russia e ora anche la Corea del Nord dotata dell’atomica: significherebbe essere circondati da potenze nucleari”. 

La partita che gioca la Corea del Nord è però un’altra. Ed è mediatica. Pyongyang sa che se domani dovesse lanciare nuovi missili potrebbe oscurare totalmente – se non peggio – il congresso del Partito comunista cinese. Una tentazione che – per  Kim, un dittatore col pallino della propaganda – si fa sempre più forte.