Le incursioni simultanee delle forze israeliane nelle università di Birzeit e al-Quds raccontano più di un semplice aumento delle operazioni di sicurezza in Cisgiordania. Colpire il cuore accademico palestinese significa toccare uno dei pochi spazi rimasti per organizzazione civile, dissenso politico e identità nazionale. In un contesto già segnato dall’offensiva a Gaza, dall’escalation settentrionale con il Libano e dal deterioramento della situazione interna in Cisgiordania, l’azione ha un chiaro valore politico.
Gli arresti e la pressione sugli spazi civili
All’alba del 9 dicembre i militari israeliani hanno fatto irruzione nel campus di Birzeit, arrestando sei membri del personale di sicurezza. Poco dopo, un’altra squadra ha colpito l’università al-Quds, mentre in tutta la Cisgiordania sono stati detenuti quaranta palestinesi. Interrogatori sul campo, perquisizioni, aggressioni: un clima di pressione crescente che investe non solo i gruppi armati, ma l’intera società civile. Le università palestinesi sono da decenni luoghi di dibattito politico e organizzazione comunitaria. Entrarvi con truppe e mezzi significa lanciare un messaggio: nessun luogo è off-limits.
Le carceri e la detenzione amministrativa
Secondo le associazioni palestinesi, oltre 9.250 persone sono oggi nelle carceri israeliane, più di un terzo senza accuse formali. La detenzione amministrativa è diventata lo strumento-chiave per gestire un territorio che Israele considera instabile e potenzialmente insurrezionale. Dal punto di vista strategico, è una politica che mira a prevenire la formazione di reti politiche organizzate; dal punto di vista politico, è un sistema che annulla i confini tra attivismo, dissenso e minaccia alla sicurezza.
I coloni: un secondo fronte
Mentre i raid colpivano le università, i coloni intensificavano le aggressioni: il rapimento di un agricoltore a Nahalin, incendi di veicoli e case a Masafer Yatta, slogan razzisti sui muri. Per mesi, secondo l’OCHA, gli attacchi sono stati quotidiani. Questo secondo fronte — non ufficiale, ma tollerato — crea un clima di intimidazione che moltiplica gli effetti delle operazioni dell’esercito. È una forma di pressione parallela che altera gli equilibri demografici e sociali, spinge intere comunità a lasciare le zone rurali e crea nuove realtà “di fatto” sul terreno.
Il caso UNRWA: un altro tabù infranto
L’irruzione del giorno prima negli uffici dell’UNRWA a Gerusalemme Est è un ulteriore segnale della volontà di Israele di ridefinire unilateralmente i limiti della sua presenza nei territori occupati. Sequestrare beni delle Nazioni Unite e sostituire la bandiera dell’ONU con quella israeliana è un gesto simbolico di enorme peso: afferma che nessuna istituzione internazionale è immune da pressioni, neppure quelle che svolgono funzioni essenziali come la distribuzione di aiuti e assistenza sanitaria.
Stati Uniti e Giordania: riapre il valico
Il 9 dicembre Israele ha annunciato la riapertura del valico di Allenby al traffico commerciale, dopo mesi di chiusura. Una decisione presa su pressione statunitense, consapevoli che quel punto di passaggio è vitale non solo per i palestinesi, ma anche per il flusso degli aiuti diretti a Gaza. Washington sta cercando di tenere insieme due linee: sostenere Israele militarmente e diplomaticamente, ma evitare un crollo umanitario che metterebbe in crisi tutta la regione. Ammorbidire il blocco commerciale è un modo per mostrare che un percorso di de-escalation è ancora possibile, almeno sul piano logistico.
Spezzare i centri di aggregazione
Colpire le università in Cisgiordania non serve a modificare l’andamento della guerra a Gaza, né a prevenire attacchi immediati. Serve invece a indebolire i luoghi in cui la società palestinese produce élite politiche, intellettuali e professionali. Serve a contenere una generazione giovane, istruita, collegata ai movimenti studenteschi e spesso protagonista delle mobilitazioni contro l’occupazione.
In un momento in cui l’Autorità Palestinese è più debole che mai, e Hamas cerca di accreditarsi come alternativa, Israele punta a impedire la ricomposizione di un fronte politico palestinese autonomo. Le università sono l’ultimo spazio dove questo può ancora accadere.
Equilibrio regionale e prospettive
Le aggressioni dei coloni, l’erosione degli spazi civili, i raid militari e la crisi nelle istituzioni internazionali convergono in uno scenario che destabilizza ulteriormente la Cisgiordania. Il rischio è un’escalation lenta, diffusa, non spettacolare come quella di Gaza ma capace di produrre effetti duraturi: frammentazione territoriale, desertificazione delle comunità rurali, sfiducia crescente nelle istituzioni palestinesi, aumento del radicalismo.
Per ora, la riapertura del valico di Allenby è l’unica notizia che va nella direzione opposta. Ma è un gesto tecnico in un quadro politico che continua a spingersi verso la chiusura e la coercizione. Senza un cambio di strategia — e senza un interlocutore palestinese realmente legittimato — il rischio è che ogni mese si ripeta lo stesso schema: raid, arresti, reazioni internazionali, status quo. Un ciclo che non produce sicurezza e non produce pace, ma solo normalizza l’eccezione.
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