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Venerdì scorso il Dipartimento della Difesa statunitense ha approvato un contratto con Lockheed-Martin per potenziare il sito di produzione italiano di Cameri (No) che costruisce i caccia di quinta generazione F-35.

Nel sedime dell’aeroporto di Cameri, infatti, è situato uno dei Faco (Final Assembly and Check Out) che producono i nuovi caccia stealth del programma Jsf (Joint Strike Fighter), l’unico, inseme a quello di Nagoya in Giappone, ad essere al di fuori degli Stati Uniti.

Il Pentagono ha assegnato oltre 9 milioni di dollari per lavori di potenziamento che saranno distribuiti per l’85% a Cameri e per il restante 15% a Fort Worth (Texas), la “casa” degli F-35.

In particolare il contratto prevede “manodopera, pianificazione degli ordini di modifica ingegneristica, attività di installazione e supporto” oltre ad attività di “modifica, riparazione, revisione e aggiornamento regionale per gli F-35 destinati al governo italiano” e ci si aspetta che le opere di espansione del sito si concludano entro la fine di quest’anno.

Attualmente nello stabilimento di Cameri vengono prodotti gli F-35 italiani e gli esemplari destinati all’Olanda, oltre alle sezioni alari per tutta la flotta dei velivoli della Lockheed-Martin, con un minimo stabilito di 835 ali complete. Sempre nel sito italiano vengono effettuate le operazioni di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento per tutti gli F-35 utilizzati in Europa.

Il Faco, che si estende su una superficie di 40 ettari, è composto da 22 edifici che offrono più di 92mila metri quadrati di spazio di lavoro coperto. La struttura ospita 11 stazioni di assemblaggio, cinque baie di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento oltre alla linea di produzione dell’ala.

Il primo velivolo uscito da Cameri è stato un F-35A che ha effettuato il roll out il 12 marzo del 2015 mentre è stato sempre un esemplare costruito nel sito novarese a compiere la prima trasvolata oceanica, nel febbraio del 2016, senza dimenticare che il Faco italiano ha anche il record per il primo F-35B, la versione Stovl (Short Take Off Vertical Landing), ad essere prodotto al di fuori degli Stati Uniti.

L’investimento del Pentagono avrà sicuramente importanti ricadute dal punto di vista occupazionale ed economico: a Cameri ci sono attualmente circa un migliaio di dipendenti che sono la parte terminale di una lunga filiera produttiva che coinvolge diverse grandi e meno grandi lungo tutta la penisola.

Alla produzione degli aeromobili partecipano più di 27 aziende italiane messe sotto contratto diretto da Lockheed Martin, BAE Systems e Northrop Grumman mentre sono oltre 70 quelle in subappalto.

Nel 2018 erano stati aggiudicati circa 1,81 miliardi di dollari di contratti a società italiane con oltre 10 miliardi totali previsti per tutta la durata della produzione che si dovrebbe estendere sino al 2039.

Per quanto riguarda la produzione dei motori, grazie alla partecipazione italiana al programma Jsf ci sono nove società italiane sotto contratto con la Pratt & Whitney; i contratti totali, ad oggi, valgono 41,5 milioni di dollari, ma si prevedono più di 4 miliardi in opportunità totali di produzione e sostegno.

Nel 2019, come riporta Formiche.net, il programma di produzione, gestito da Leonardo con il supporto tecnologico di Lockheed Martin, è valso 63 milioni di euro di export per le aziende italiane, in crescita rispetto ai 20 del 2018.

L’Italia ha anche altri record che riguardano il rivoluzionario velivolo stealth di quinta generazione: l’Aeronautica Militare, infatti, è stata la prima in Europa a certificare la Foc, la Full Operational Capability. Durante il primo dispiegamento in Islanda dei nostri F-35 per la missione Nato di Air Policing (che ha preso il nome di Northern Lightning), i nostri velivoli sono diventati i primi in assoluto tra i Paesi utilizzatori della Nato a diventare pienamente operativi.

Missione in Islanda che è stata nuovamente effettuata proprio quest’anno, e che ha visto l’intercettazione da parte degli F-35 con le coccarde tricolori di velivoli da pattugliamento marittimo russi scortati da cacciabombardieri.

Un investimento, quello americano, che certifica la maturità del programma Jsf e soprattutto la fiducia nell’impegno italiano: recentemente la parte pentastellata della maggioranza di governo aveva espresso nuovamente la sua contrarietà al piano di acquisizione dei caccia, proponendo che i soldi venissero deviati sulla sanità approfittando dell’onda emotiva data dall’epidemia di Covid19.

Anche durante la legislatura precedente lo stesso ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva espresso perplessità in merito ai cacciabombardieri, arrivando a dire che “non compreremo nuovi caccia e, alla luce dei contratti in essere già siglati dal precedente esecutivo, stiamo portando avanti un’attenta valutazione che tenga esclusivamente conto dell’interesse nazionale”. Eventualità poi sfumata, fortunatamente, col passare del tempo.

L’attuale inquilino di Palazzo Baracchini, il ministro Lorenzo Guerini, sta dimostrando di essere fedele agli impegni presi: lo scorso dicembre aveva affermato che la volontà del dicastero era di “continuare nella valorizzazione degli investimenti già effettuati nella Faco e della sua competitività quale polo produttivo e logistico internazionale allargando ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della Difesa al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici”.

Come effettivamente è avvenuto. A giugno, infatti, alla Lockheed-Martin è arrivato l’ordine, del valore di 368,2 milioni di dollari, per cinque F-35A ed un F-35B destinati all’Italia, dopo che il 28 maggio lo stesso ministro aveva affermato esplicitamente che l’impegno italiano nel programma sarebbe continuato.

La decisione del Dipartimento della Difesa assume anche una connotazione politica, che riguarda proprio il posizionamento del nostro Paese nell’ottica euro-atlantica anche a fronte dell’esclusione della Turchia dal programma Jsf e per le implicazioni strategiche che ne conseguono. Washington stringe a sé i propri alleati e procede spedita nella costruzione del velivolo sia per abbatterne ulteriormente i costi, che si aggirano tra gli 82 e i 77 milioni di dollari ad esemplare (a seconda dei lotti di produzione), secondo il principio “costruirne di più per pagarli di meno”, sia per far fronte alle crescenti minacce convenzionali portate da Russia e Cina che sono tornate prepotentemente alla ribalta dopo una “vacanza” di guerre asimmetriche durata più di 20 anni.

Un aereo che, per via delle difficoltà iniziali, è stato – spesso ingiustamente – al centro di forti critiche in merito alla sua efficacia, ma che sta finalmente dimostrando i suoi pregi certificati soprattutto dalla pioggia di ordini in arrivo alla Lockheed-Martin: il caso nipponico da questo punto di vista è emblematico. Il Giappone, che come già detto ha un Faco, ha deciso recentemente di acquistare 105 F-35 nonostante da quelle parti si parli da tempo della possibile produzione di un nuovo caccia autoctono, che ha portato alla costruzione di un dimostratore della Mitsubishi, lo X-2 Shinshin.

Il programma Jsf va quindi avanti a gonfie vele dopo un inizio incerto e traballante, e certifica che si tratta di una macchina ritenuta efficace e competitiva, e le critiche, che pure a volte hanno avuto ragion d’essere, perdono di senso se non risolvendosi in prese di posizione del tutto ideologiche.

Per quanto riguarda l’impegno dell’Italia, l’acquisto del lotto 14 è stato finalizzato nel Documento Programmatico Pluriennale (Dpp 2019-2021) della Difesa, dove si legge dell’ acquisto di 28 F-35 nelle varie versioni (A e B) fino al 2022 – compresi i sei velivoli di giugno. Per i lotti successivi, dal 2023 in poi, è stato proprio il dicastero della Difesa lo scorso maggio a dare il via libera a procedere per la finalizzazione del piano di acquisto di 90 velivoli per Aeronautica e Marina; 90 velivoli che, a nostro avviso, restano comunque troppo pochi se guardiamo altrove nel mondo e considerato l’originale piano per 131 macchine tagliate dal governo Monti nel 2012, numero più idoneo, ma non sufficiente, a sobbarcarsi l’onere della sostituzione dell’intera flotta di Tornado, Amx e AV-8B.

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