La debacle afghana ha messo a nudo la situazione politica presente in Europa e negli Stati Uniti. Chi pensava che Joe Biden avesse in mano il controllo della situazione si sbagliava di grosso. Il ritiro degli americani dall’Afghanistan ha danneggiato l’immagine di Washington agli occhi del mondo e scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora, con ripercussioni arrivate fino ai palazzi del potere di Bruxelles.

L’avanzata dei Talebani a Kabul e dintorni richiederebbe una gestione coordinata di un’emergenza da bollino rosso. Il punto è che, ormai da qualche mese – se non di più – non esiste al mondo nessun personaggio politico “democratico” dotato di una stoffa tale da poter prendere in mano il timone e guidare la comunità internazionale fuori dalle sabbie mobili generate da problemi di natura globale. Lo abbiamo visto con la pandemia di Covid, con i vaccini e lo stiamo vedendo adesso con l’Afghanistan.

Biden, lo abbiamo in parte anticipato, è finito in balia di un tritacarne mediatico senza precedenti, ha accumulato gravi errori e, in generale, non ha più la credibilità per poter sciogliere un nodo spinosissimo che egli stesso ha contribuito a generare. Lo stesso vuoto che attanaglia gli Stati Uniti è presente anche in Europa. Angela Merkel ha perso brillantezza e lucidità e soprattutto si prepara a lasciare il suo ruolo alla guida della Germania, mentre Emmanuel Macron deve fare i conti con molteplici situazioni esplosive in patria. Il presidente francese, per indole, carattere e stoffa, vorrebbe in effetti guidare l’Europa nel mondo, incollare il suo volto alle politiche di Bruxelles. Ma, in parte a causa del fortissimo calo di consensi interno (e non solo quello), Macron deve prima pensare a non essere travolto dall’opinione pubblica francese.

Un’occasione da non perdere

Proseguendo con la disamina dei leader europei, possiamo citare Boris Johnson. Il primo ministro britannico, incassata la Brexit, smentite previsioni apocalittiche di ogni tipo e tolte le restrizioni anti Covid nel Paese, ambisce a fare quel salto di qualità che gli permetterebbe di ottenere prestigio in campo internazionale. Non a caso ha convocato, per martedì prossimo, una riunione straordinaria del G7. “È fondamentale che la comunità internazionale collabori per garantire evacuazioni sicure, prevenire una crisi umanitaria e sostenere il popolo afghano per assicurarsi le conquiste degli ultimi 20 anni”, ha scritto Bojo su Twitter, desideroso di coinvolgere al tavolo delle trattative anche Russia e Cina.

Il dinamismo di Johnson appare tuttavia più intriso di protagonismo che non di senso di responsabilità e pragmatismo. Ed è per questo che i riflettori sono puntati su Mario Draghi, che a questo punto ha la vera occasione di guidare – seppur indirettamente – e rappresentare l’Europa nel complesso dialogo sull’Afghanistan. Di fronte al presidente del Consiglio italiano c’è una prateria enorme che può e deve essere sfruttata al meglio. Tanto, ovviamente, per risolvere la crisi afghana, che per rilanciare il ruolo dell’Italia all’estero.

La prova del nove coincide con il G20 a guida italiana in programma per metà settembre. All’appuntamento parteciperanno i più importanti capi di Stato al mondo, compreso Xi Jinping (a proposito: c’è attesa per l’imminente colloquio tra Xi e Draghi, che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni, o addirittura ore). Il G7 di Johnson, dunque, servirà da apripista per sondare il terreno futuro, quando al tavolo delle trattative parteciperanno anche India, Russia e Cina.

La strategia di Draghi

È interessante soffermarci sulla strategia che sta adottando Draghi. Come ha sottolineato il Corsera, il premier italiano ha intenzione di oliare al massimo i contatti internazionali con gli altri leader per creare una sorta di sinergia spendibile durante il G20. Imbracciando lo strumento del pragmatismo – e lasciando le manie di protagonismo ad altri attori – Draghi ha avuto colloqui con Biden, Macron, Merkel e Putin. L’obiettivo: definire il destino dei profughi afghani e gestire i flussi migratori. Ma anche sondare la disponibilità dei vari Paesi ad assumersi la responsabilità delle conseguenze dettate dal caos afghano.

In un contesto del genere, il presidente del Consiglio italiano ha tutte le carte in regola per emergere come il deus ex machina risolutore dell’enigma Afghanistan (e non solo). Anche perché all’orizzonte, a maggior ragione quando uscirà di scena di Merkel, non si intravedono altri profili politici di spessore.

Nel frattempo Draghi si è ritagliato un ruolo centrale in Europa che lo stesso premier potrebbe presto capitalizzare in altre sedi e in altre occasioni, per il bene dell’Italia e della comunità europea. La ciliegina sulla torta? Riuscire a trovare un punto di incontro con Xi Jinping e Vladimir Putin per la questione afghana, così da gettare le fondamenta per un futuro dialogo, possibilmente maturo, con Cina e Russia.