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Il presidente Trump si è proposto all’America, in tempo di elezione, come colui che avrebbe ridato al Paese una sicurezza perduta. Regole dure sui clandestini, muro al confine con il Messico, travel-ban e un aumento delle spese militare per riabilitare le forze armate Usa dopo anni in cui gli impegni all’estero non hanno portato risultati tangibili né guerre concluse. Una vera e propria ossessione per la difesa del territorio, quella del presidente, che vuole trasformare l’America in una sorta di fortezza inespugnabile, una nazione in cui è difficile entrare, è difficile delinquere ed un Paese la cui potenza militare non deve essere seconda a nessuno. The Donald ci sta riuscendo? Sì e no. In parte per uno Stato profondo contrario a molte sue iniziative, in parte per l’impossibilità tecnica di rendere gli Stati Uniti una sorta di roccaforte impermeabile.

In via generale, è innegabile che l’amministrazione Trump si sia trovata come ostacolo uno Stato composto da burocrati e lobby che non hanno dato modo di dare il via a queste politiche. E a questo si aggiunge anche poi la difficoltà di bilanciare i costi e i benefici di certe idee balenate nella testa dell’allora candidato repubblicano. Per quanto riguarda il muro con il Messico, nonostante sia stato oggetto di uno dei primi ordini esecutivi firmati dal presidente, questo si trova ancora in alto mare, specie a causa delle pressioni internazionali. E poco importa, per i media mainstream, se Clinton e Obama avessero già progettato, durante le loro amministrazioni, un muro molto simile a quello voluto da Trump. L’importante era premere sul presidente e sulla comunità internazionale per evitare che ciò avvenisse, anche a costo di attribuire alla nuova amministrazione l’idea originale del progetto. Stesso discorso sull’immigrazione clandestina e le espulsioni. I dati dell’Immigration and Customers Enforcement, che si riferiscono al 9 settembre, parlano di 211.068 immigrati irregolari espulsi nel 2017, contro i 240.255 dello stesso periodo del 2016. Eppure c’era ancora la coppia Obama-Clinton a governare il Paese e non c’era ancora stata l’ondata razzista temuta dai media e che avrebbe condotto alle deportazioni di massa. Mentre sul fronte del travel-ban, qualcosa scricchiola nella costruzione dell’amministrazione Usa, in particolare per il tribunale delle Hawaii che ha messo in dubbio la costituzionalità dell’ordine esecutivo firmato dal presidente. Nelle ultime settimane, Trump ha deciso di alleggerire la portata del divieto di accesso negli Usa diminuendo a  la lista dei Paesi coinvolti, allentando la presa sui rifugiati, ma imponendo un tempo indeterminato e controlli più serrati. Un cambiamento di prospettiva che, pur cambiando l’idea originaria dell’idea del nuovo presidente Usa, mantiene quantomeno l’impostazione di fondo.

La questione del travel-ban, ci dà modo di considerare un altro dato fondamentale della nuova amministrazione targata Donald Trump, e cioè il ruolo sempre crescente dei militari all’interno della Casa Bianca. E si può partire dal provvedimento sull’immigrazione perché tutto quanto passa per il Dipartimento di Sicurezza, ormai vera e propria longa manus operativa del presidente che sta assumendo poteri finora mai avuti nelle precedenti amministrazioni. A capo del dipartimento per la Sicurezza nazionale, un militare, il generale John Kelly, forse la persona più ammirata dallo stesso presidente all’interno della classe dirigente civile e militare americana. Lui e Mattis, che, infatti, rappresentano le colonne portanti dell’idea di fortezza su cui Trump vuole costruire il futuro del Paese. Un’ammirazione dettata anche dalla stima di The Donald nei confronti della figura storica del generale Patton, tanto che a margine della nomina di Mattis al dipartimento per la Difesa, disse che era la persona che “più si avvicina la generale Patton”. Una definizione che lasciò perplessi molti analisti e politologi, i quali s’interrogano ancora oggi su quanto possa pesare effettivamente la casta del Pentagono nelle decisioni della Casa Bianca grazie all’ammirazione che il presidente nutre nei confronti dei generali. Una stima che per il Pentagono si traduce in maggiori finanziamenti, maggiore libertà di manovra e, in generale, capacità di orientare la politica estera. Ma che per l’America significa rimettere in discussione l’equilibrio di pesi e contrappesi fra forze armate e potere politico, che rappresenta un pilastro della vita civile statunitense. Vero che se l’America deve essere una “fortezza”, servono i militari per difenderla. Ma gestirla è un altro discorso.