La Germania, doppiate le elezioni del 26 settembre scorso, vivrà le ultime settimane del lungo regno di Angela Merkel assistendo alla definizione delle linee guida politiche del nuovo esecutivo e alla discussione sulla natura con cui questo prenderà le redini di una nazione posta al centro del Vecchio Continente.

Nonostante tentennamenti, errori di valutazione e alcuni autogol (vedasi sui vaccini) non siano mancati in questo lungo anno e mezzo pandemico, il Covid-19 ha indubbiamente rafforzato la centralità della Germania in Europa, come soggetto capace di indirizzare le dinamiche politiche ed economiche del Vecchio Continente e di acquisire un fondamentale potere di mediazione.

Ogni decisione assunta dalla Commissione e dai Paesi membri ha avuto un’impronta tedesca dal marzo 2020 in avanti. Inizialmente l’Unione europea ha promosso contro la crisi economica il trittico formato dal Meccanismo europeo di stabilità, dagli aiuti della Banca europea degli investimenti e dal pacchetto anti-disoccupazione Sure messo in campo dalla Commissione. Sdoganando, dunque, l’intervento di tre istituzioni a guida tedesca. In seguito la Merkel ha in asse col Ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, mediato tra le istanze più estremiste dei falchi del rigore, con l’Olanda di Mark Rutte in testa, e i timori dei Paesi mediterranei per mettere in campo il fondo Next Generation Eu aspettando però che la sua entrata in vigore avvenisse dopo che si fossero potuti sentire gli effetti dei “bazooka” economici interni, ben avviati da un governo intento a dire addio al mantra dell’austerità. In cambio, la Merkel ha tramite Ursula von der Leyen gestito l’europeizzazione degli acquisti del vaccino Pfizer-Biontech promosso con capitali tedeschi, compiendo un errore a cui dopo il caos di febbraio e marzo ha risposto con un atto unilaterale di ordini in massa e con una velata “guerra” al vaccino AstraZeneca a tecnologia britannica.

Olaf Scholz pare destinato a succedere a una Cancelliera di cui, pur essendo esterno all’Unione Cdu/Csu, ha rivendicato di essere il più adatto erede. Ma con un’eventuale successione alla Merkel verrà da sé che Scholz e un eventuale governo Spd-Verdi-Fdp (liberali) dovranno costruire sul solco tracciato dalla Cancelliera, soprattutto sul fronte del mantenimento della centralità di mediazione tedesca in Europa.

Come abbiamo ricordato discutendo con l’analista geopolitico Gianni Bessi, la Merkel è stata l’incarnazione del sincretismo tedesco, un’unità nella diversità che ha permesso alla leader cristiano-democratica di essere punto di sintesi della Grande Coalizione con i socialisti, del confronto tra ala austeritaria e ala più keynesiana dell’economia tedesca, del dialogo tra la Germania cattolica e quella protestante, del dualismo tra la capitale politica Berlino e quella economica Monaco. Il voto ha certamente fotografato, come tipico di ogni elezione proporzionale, un’emersione di diverse identità politiche ma, come ricordato parlando a Il Giornale dall’ambasciatore tedesco a Roma Viktor Elbing, il centro influenzato dal Merkel-pensiero sul fronte politico, economico e valoriale (in diversa misura tra i vari partiti) ha mostrato una sommatoria dell’85% dei consensi. Simbolo dell’equilibrio del Paese dopo la riunificazione per il professor Salvatore Santangelo, autore di GeRussia, che contattato da InsideOver ricorda che “la Germania ha una storia unitaria molto più corta di quella di Francia, Regno Unito e Spagna, ma questi Paesi sono stati aggrediti da tensioni o spinte identitarie molto più dure da reggere di qualsiasi faglia abbia mai attraversato la Germania, perennemente intenta a evolvere un compromesso tra la componente cattolica e quella protestante. Certo, resta la profonda divergenza economica e politica tra Est e Ovest che il voto ha, una volta di più, fotografato nitidamente”.

A Scholz dunque potrebbe essere affidato il pesante e notevole compito di portare avanti, alla guida di una formazione di sinistra con grandi divisioni interne che si è compattata attorno alla sua figura, il progetto della Cancelliera sia sul fronte interno che, soprattutto, sul fronte esterno. Modellando le nuove versioni di quel compromesso e di quella polifonia che regolano l’Europa tedesca. La Germania affronterà negli anni a venire la necessità di ricalibrare il suo rapporto con i rampanti Faust del rigore di cui è stata il Mefistofele, salvo poi ravvedersi per ragioni pragmatiche e per evitare un nuovo schianto; dovrà stabilire un modus vivendi con la Francia di cui teme una profonda crisi politica dopo il voto presidenziale; cercherà di rafforzare la sua sfera geoeconomica e guarderà al gruppo Visegrad e all’Italia, cruciali nella base industriale germanica. Al contempo, punterà a guidare l’evoluzione dei Trattati europei mirando a salvare capra e cavoli, cioè la narrazione di un’Europa aperta al mercato e all’economia liberale assieme alla gestione delle conseguenze di un chiaro fallimento delle linee più rigoriste dei trattati.

Tali scenari richiederanno un capitale politico notevole per negoziare, gestire e governare le crisi del futuro e, al contempo, riaffermare la potenza civile della Germania e la sua centralità nel Vecchio Continente. Orfano di una Merkel che in Mario Draghi individua il suo erede in campo comunitario e che attende il successore alla Cancelleria per vederlo messo alla prova. Non finirà con la Merkel, l’Europa tedesca. Ma in una fase in cui nuove e complesse sfide stanno emergendo, Berlino dovrà essere sempre di più egemone e mediatore. Un doppio ruolo difficile da gestire senza la lunga e sagace esperienza della Cancelliera.