Lunedì 12 novembre doveva essere il giorno zero della politica monetaria dello Zimbabwe, con l’introduzione di nuovi tagli di minor valore per cercare di contrastare la cavalcante inflazione che soffoca il Paese dal 2008. Harare è la città simbolo della mancanza di effettivo valore delle monete nazionali africane, soggette a deprezzamento come in nessun’altra parte del mondo. Da che cosa deriva però questa sindrome che quasi appare endemica del sistema economico africano?

La fiducia nella moneta raffigura la fiducia nello Stato

La questione del reale valore della moneta è un concetto di cui si è dibattuto per secoli nell’economia teorica. Tutti però, da Adam Smith a Karl Marx, passando per Freidrich von Hayek ed arrivando a Milton Friedman, hanno concordato uno stesso criterio di partenza: la fiducia nello Stato, che si erge come garante del valore.

Da questa considerazione universale si può ben convenire quale sia la base dei problemi delle valute del continente africano: gli Stati godono di pochissima fiducia sia internazionale sia nazionale. Il semplice fatto che gli stessi funzionari e militari dello Zimbabwe abbiano richiesto il pagamento degli stipendi ancorati al dollaro americano è metro fondamentale di valutazione del grado di fiducia di cui gode il dollaro zimbabwese.

Nominalmente, la valuta in questione non è battuta ormai dal 2009, quando l’inizio dell’inflazione cavalcante ha reso eccessivamente costoso per la Banca dello Zimbabwe l’emissione di cartamoneta, sostituendola nelle transazioni con i dollari statunitensi. Di fatto, però, sono in vigore le note obbligazionarie ed è in tale valuta che vengono pagati gli stipendi dei lavoratori, che vedono ogni mese dunque ridursi il potere d’acquisto del proprio salario, spesso non raggiungendo nemmeno il valore di sussistenza.

I risvolti sulla popolazione

Secondo gli ultimi dati raccolti sia da fonti nazionali che internazionali, lo Zimbabwe ha un tasso di disoccupazione che supera l’80%, ai massimi livelli mondiali. La disastrosa riforma agraria voluta nel 2000 da Robert Mugabe ha distrutto la già fragile economia agricola del Paese, espropriandola ai grossi proprietari terrieri di discendenza britannica per affidarla a fedelissimi del presidente, che si sono rivelati incapaci di gestire i latifondi. I mezzi di sostentamento sono quindi in larga parte di importazione ed una moneta dal valore infinitesimale, unita all’incapacità interna di fornire i prodotti necessari, ha esposto i quattro quinti della popolazione alla fame ed alla povertà. Nello Zimbabwe mancano persino i medici, impossibilitati nel recarsi al lavoro per via degli stipendi troppo bassi in relazione al prezzo del viaggio (in un Paese dove, in aggiunta, scarseggia persino la benzina, nonostante la presenza di una delle più grosse raffinerie dell’Africa nera a Faruke.

Il fallimento del post-Mugabe

Con la destituzione di Mugabe, avvenuta il 21 novembre 2017, l’opinione pubblica internazionale pensò di trovarsi di fronte ad una rinascita dell’ex Rhodesia meridionale. Tuttavia l’incapacità del nuovo ceto dirigente di segnare un vero punto di svolta non ha cambiato la propria reputazione internazionale, così come di conseguenza le considerazioni circa i suoi reali valori economici intrinsechi. La costante svalutazione della moneta è continuata agli stessi ritmi sostenuti degli ultimi 12 anni, anche a causa del continuo ricorrere all’emissione di valori obbligazionari per qualsiasi spesa di Stato. Per riuscire ad uscire da questo stallo, lo Zimbabwe necessita di costruirsi una reputazione internazionale in grado di stimolare la fiducia degli investitori esteri e delle agenzie di rating.

L’errore attuato dall’attuale governo di Harare è stato quello di non procedere nel giusto ordine. Prima di costruire una politica monetaria efficiente è necessario creare un substrato economico in grado di camminare sulle proprie gambe, tramite il ricorso a mirate riforme. Solo a questo punto si può iniziare ad istituire una nuova moneta in grado di godere di maggiore fiducia internazionale.

In caso contrario, le richieste di agganciare il valore degli stipendi al valore del dollaro americano non cesseranno di essere portate nelle piazze, crescendo di numero mese dopo mese e rendendo sempre più difficile l’uscita dalla crisi endemica del Paese, avida eredità dell’ex presidente Mugabe.