Quando nel 1980 Robert Mugabe torna in quella patria da pochi mesi chiamata Zimbabwe, viene accolto presso l’aeroporto della capitale Harare da una folla di migliaia di persone che lo acclama come un vero e proprio eroe dopo anni di esilio. Di lì a poco, Mugabe viene poi nominato primo ministro, iniziando i suoi 37 anni di potere. Lo scorso 12 settembre si è assistito a un altro ritorno del leader ad Harare, questa volta però con ben altri toni. Mugabe è morto venerdì scorso in una clinica di Singapore a 95 anni dopo una lunga malattia ed a due anni dalla sua destituzione. Nella capitale dello Zimbabwe ad arrivare a bordo di un aereo è il suo feretro avvolto dalla bandiera del suo Paese. Ma non è questa l’unica differenza con il rientro di 39 anni fa: ad accogliere l’ex presidente è una folla composta di persone, fatta da gente che sembra volergli tributare un estremo saluto e nulla più.

Lo Zimbabwe entra già nell’era post Mugabe

Appare surreale, come scrive il Los Angeles Times, che tra i generali che rendono i propri onori a Robert Mugabe ci siano gli stessi che due anni fa hanno contribuito alla sua deposizione. Anche il suo successore, Emmerson Mnangagwa, è lì davanti al feretro con accanto Grace Mugabe, la moglie che nei piani dell’ex presidente è sempre stata destinata a prendere il suo posto. I due sono l’uno al fianco all’altro, nessun cenno di disaccordo e nemmeno di astio. Eppure è proprio la prospettiva di vedere designata Grace Mugabe quale nuovo capo di Stato che suscita la reazione dei militari, così come la volontà di Mnangagwa di traghettare il Paese fuori dai 37 anni di potere dell’allora intoccabile presidente.

Una scena surreale per l’appunto, ma che spiega l’attuale situazione nel Paese. Mugabe due anni fa è stato rimosso, ma non arrestato e né tanto meno incriminato. Si è consentito a lui ed alla sua famiglia di vivere tranquillamente senza però ricoprire più incarichi politici. Dietro a questa scelta non ci sono soltanto ragioni di opportunità politica: da un lato, con un paese ridotto allo stremo e con la prospettiva di assistere alla nascita di una vera e propria dinastia, i generali intervengono per destituire Mugabe ma, al tempo stesso, nessuno vuole togliere all’ex presidente il ruolo di padre della patria.

E le celebrazioni in onore di uno degli assoluti protagonisti degli ultimi 50 anni di questo angolo d’Africa proseguono su questo tono: nessuno piange allo stadio di Harare dove il feretro di Mugabe viene esposto al pubblico, nessuno tra i membri del nuovo governo si commuove alla vista della bara rientrata da Singapore, al tempo stesso nessuno tra i cittadini usa parole di odio o recriminazione verso l’ex presidente. Semplicemente si commemora un uomo che, nel bene o nel male, rappresenta per anni lo Zimbabwe. Il Paese in queste ore si ferma, ma già nei prossimi giorni tornerà nella sua vita di sempre con la speranza che i successori di Mugabe la rendano migliore. In poche parole, ad Harare si entra già nella fase post Mugabe.

La questione legata alla sepoltura

All’ex presidente dello Zimbabwe viene attribuita una delle frasi più grottesche forse della scena politica internazionale degli ultimi anni: “Quando morirò, farò candidare la mia salma”. Un’espressione che dice molto della personalità di Mugabe, il quale ad un certo punto pensa anche di attribuirsi il titolo di presidente eterno. Fuori dalla presidenza da due anni, la sua salma non verrà certo candidata alle prossime elezioni ma oggi fa discutere. Uno dei temi che agita maggiormente lo Zimbabwe, riguarda la sepoltura di Mugabe. Il governo vorrebbe deporre la bara all’interno del cimitero degli eroi di Harare, la moglie e la famiglia invece nel villaggio natale di Zvimba, a 55 chilometri dalla capitale.

La questione non è di poco conto: una sepoltura all’interno del luogo che ospita gli eroi della guerra anti coloniale dello Zimbabwe, consacrerebbe Mugabe tra i grandi del suo Paese. Ma la moglie e la famiglia vorrebbero qualcosa di più: seppellire l’ex presidente in un proprio mausoleo conferendo al proprio congiunto un’aurea quasi da imperatore e facendo, di fatto, il Paese natale di Mugabe come una vera e propria meta di pellegrinaggio. La diatriba va avanti anche in queste ore e vede opposti in un braccio di ferro governo e famiglia.

Intanto ad Harare la camera ardente allestita all’interno dello stadio vede la partecipazione di numerosi cittadini che, come detto, vogliono tributare un ultimo saluto. Oggi i funerali di Stato.