Nei giorni scorsi, il 9 marzo, deprezzandosi del 31,5% in poche ore, il prezzo del greggio ha fatto segnare il secondo più grave tracollo della propria storia, dopo il tonfo del 34,8% subito il 17 gennaio del 1991 in coincidenza con la Guerra del Golfo e, in particolare, con l’avvio di Desert Storm, la più importante azione militare dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Nel crollo dei giorni scorsi l’epidemia di Coronavirus ha fatto la parte del leone. Ma non poco ha influito anche l’improvvisa “guerra del prezzo” scoppiata tra Russia e Arabia Saudita. A essa, per esempio, Donald Trump ha attribuito la giornata nera di Wall Street.

Russia e Arabia Saudita sono da tempo schierati su fronti opposti in questioni di non secondaria importanza come la guerra in Siria, dove Mosca appoggia Bashar al-Assad e Riad le formazioni jihadiste. Ma per quanto riguarda il petrolio, e la necessità di tenere il prezzo sopra una certa soglia, sono sempre andati d’accordo. Nel 2016 e nel 2017 avevano appunto concordato un taglio della produzione per far sì che il barile di greggio fosse quotato oltre i 60 dollari, e comunque si tenesse lontano dalla soglia critica di 25 dollari che per molti Paesi petrolio-dipendenti è l’anticamera della crisi. Prezzo e anticamera che ora tornano a prospettarsi all’orizzonte.

Ecco che cosa è successo, in sintesi. L’Arabia Saudita (e l’Opec, l’organizzazione che raccoglie dodici Paesi esportatori di petrolio) ha proposto alla Russia un ulteriore taglio alla produzione di petrolio pari a 1 o 1,5 milioni di barili al giorno. La Russia ha rifiutato. In una specie di rappresaglia, l’Arabia Saudita ha allora annunciato un forte incremento della propria produzione: dagli attuali 9,7 milioni di barili al giorno a 11 e in seguito a 12. Un’improvvisa sovrabbondanza di offerta che, unita al rallentamento dell’economia cinese e mondiale, ha fatto crollare il prezzo del greggio.

Ma che cosa cercano Vladimir Putin e Mohammed bin-Salman? La domanda più corretta sarebbe, forse: di che cosa hanno bisogno? Non dobbiamo dimenticare che sia la Russia sia l’Arabia Saudita sono nel pieno di una transizione politica per entrambi decisiva. Putin ha rinnovato in modo radicale il Governo e si è circondato di tecnocrati d’impostazione liberista, a partire dal premier Mikhail Mishustin. Si è fatta così molto più forte, dalle parti del Cremlino, la voce di coloro che rappresentano l’industria e la finanza e quindi, ovviamente, il settore energetico, che è tuttora la spina dorsale dell’economia russa. Molti, in questo campo, erano da tempo insofferenti verso l’accordo stipulato con Arabia Saudita e Opec e ansiosi di dare il via a nuovi e redditizi progetti. Si dice, anzi, che il capofila dei “contestatori” sia Igor Sechin, che è un fedelissimo di Putin ma anche il presidente di Rosneft, l’azienda petrolifera di Stato.

In questo quadro, il combinato disposto di Cremlino e petrolieri russi ha deciso di non rinnovare i tagli alla produzione soprattutto per non perdere altre quote di mercato nei confronti dello shale oil estratto negli Usa. Il petrolio ricavato da sabbie e rocce è usato dalla Casa Bianca come un’arma per indebolire le economie dei Paesi “rivali”, per esempio Russia e Venezuela. Ma molti produttori americani del settore sono fragili dal punto di vista industriale e finanziario.

Putin tiene alte le quote di produzione per metterli fuori mercato. E pensa di poterlo fare perché, dopo anni di estremo rigore finanziario, la Russia gode di una certa stabilità economica, basata anche su una certa abbondanza di riserve valutarie. Inoltre, per tenere i conti in ordine, alla Russia basta un greggio valutato sui 42-45 dollari a barile. Mentre l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo assai più alto: tra i 70 e gli 80 dollari.

Mohammed bin-Salman fa altri calcoli. Il giovane principe, detto MBS, continua con le “purghe”. La più importante fu quella di fine 2017, che portò in carcere 11 principi, 4 ministri e decine di alti dignitari. Nei giorni scorsi sono finiti in manette anche Ahmed bin-Abdulaziz, fratello del re Salman (padre del principe Mohammed) e l’ex ministro dell’Interno Mohammed bin-Nayef. Tentato colpo di Stato, è l’accusa. L’obiettivo di Mohammed bin-Salman, ovviamente, è consolidare il proprio potere e, come dicono alcuni, farsi incoronare re prima del G20 di novembre.

Ma questa è la superficie, anche perché MBS è già, di fatto, sovrano dell’Arabia Saudita. In profondità, c’è lo scontento che agita il regno per le sue politiche. La disastrosa guerra nello Yemen, certo. Ma soprattutto i progetti di riforma economica (per portare l’Arabia Saudita a una minore dipendenza dal petrolio) e la gestione del più lucroso affare del secolo, la privatizzazione del 5% di Aramco, l’azienda petrolifera di Stato. Tagliare la produzione di petrolio e insieme garantirsi la pax petrolifera con la Russia era una condizione importante per la pacifica riuscita di tutti questi piani. Non a caso, dopo il fallimento del vertice Opec-Russia a Vienna, le azioni Aramco hanno perso il 9% del loro valore.

Da qui la reazione furiosa del principe, con l’annuncio del rapido e massiccio aumento della produzione che, insieme con le altre condizioni, ha fatto precipitare il prezzo del greggio. Con questa mossa l’Arabia Saudita, che sta offrendo sui mercati greggio a prezzi inferiori a quelli praticati dai produttori russi, spera di piegare la Russia e costringerla a tornare sui propri passi. In queste ore, probabilmente, Mohammed bin-Salman osserva con una certa soddisfazione la svalutazione del rublo: a Mosca ne servono 80 per avere un dollaro, contro i 60 di pochi giorni fa.

Quella che si è aperta, insomma, è una gara di resistenza tra Russia e Arabia Saudita. Che sarà tanto più accanita quanto più si rivelerà decisiva per l’attuazione delle svolte politiche interne decise dall’uno come dall’altro governo.

 

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