Perché il ritiro dell’Afghanistan è stato condotto in modo così disordinato, lasciando a terra decine di migliaia di collaboratori afgani (che ora rischiano la vita), quasi come se fosse un prodotto dell’improvvisazione? Per non parlare della morte di 12 marines nel sanguinoso attentato di Kabul? Il presidente Joe Biden era al corrente di quel che stava rischiando? Lo era e ha deciso di andare avanti. Quella che emerge dalle interviste e dalle confidenze dei protagonisti alla stampa non è tanto una storia di errori, quanto quella di una lotta politica. Si è verificato uno strappo all’interno dell’esecutivo statunitense, fra l’amministrazione e il Pentagono. Uno strappo che, se non verrà ricucito al più presto, rischia di compromettere anche il ritiro dell’Iraq.

Joe Biden, prima di tutto, non è un pacifista, né un isolazionista. Dopo il ritiro dall’Afghanistan ritiene, anzi, di aver più risorse militari a disposizione da destinare ad altri settori più caldi, come il teatro Indo-Pacifico, dove deve contenere la Cina. Per quanto riguarda il conflitto afgano, stupirà, col senno di poi, risentire quel che lo stesso Biden affermava nel 2002: «La storia ci giudicherà molto severamente, credo, se permettessimo che la speranza di liberare l’Afghanistan evapori, solo perché noi abbiamo paura del “nation building” o perché non teniamo duro»: questo era quanto dichiarava in una conferenza del Center for Strategic and International Studies nel febbraio del 2002. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, il senatore Joe Biden, allora presidente della Commissione Affari esteri del Senato, aveva votato a favore dell’intervento. All’inizio del 2002 era stato uno dei primi uomini politici americani che si erano recati in visita delle forze statunitensi a Kabul, dove aveva incontrato l’allora premier ad interim Hamid Karzai. Nel 2003 aveva anche votato a favore dell’intervento in Iraq.

La svolta del 2009: i dubbi sulla vittoria

Biden ha cambiato il suo modo di vedere le missioni in Iraq e in Afghanistan dopo il suo primo tour da vicepresidente di Obama, nel gennaio del 2009. «La verità è che le cose peggioreranno ancora in Afghanistan, prima che migliorino», aveva dichiarato alla stampa il neo-eletto vicepresidente, una volta tornato negli Usa. Da allora la sua fiducia nella riuscita della missione si è evidentemente incrinata. Già nello stesso 2009, quando iniziava il dibattito sull’invio di rinforzi a Kabul, Biden costituiva la principale voce di opposizione all’interno dell’amministrazione. Secondo le memorie di Obama e le interviste rilasciate dal suo consigliere Ben Rhodes, il vicepresidente era l’unico ad opporsi, in modo sistematico e coerente, all’invio di nuove truppe nel teatro di guerra afgano. Prima di tutto perché non si fidava del governo locale. Secondo, perché temeva che gli Stati Uniti, che già avevano subito una forte perdita di uomini, denari e credibilità politica in Iraq, si invischiassero in un altro conflitto perdente. Terzo, per ristabilire il primato della Casa Bianca sul Pentagono. «Non lasciare che ti mettano i bastoni fra le ruote», suggeriva Biden a Obama, riguardo ai militari (stando alle memorie dell’ex presidente democratico).

Da qui è nato il conflitto fra Biden e i militari. La prima mano l’hanno vinta i militari perché, dal 2009 al 2011, il contingente Usa è cresciuto fino a un picco di 110mila uomini. La lite fra il vicepresidente e i generali è diventata anche personale, quando il generale Stanley McChrystal, comandante delle forze statunitensi in Afghanistan ha più volte irriso la strategia e le dichiarazioni di Biden, prima in una conferenza stampa tenuta a Londra nell’autunno del 2009 e poi in un’intervista rilasciata alla rivista Rolling Stone, nell’aprile del 2010, che gli è costata la carriera. McChrystal ha commesso l’errore di aver parlato in pubblico della sua disistima nei confronti di Biden, ma anche gli altri generali che gli sono succeduti, a partire da David Petraeus, pur se più prudenti nel linguaggio, non hanno nascosto la loro insoddisfazione per una politica ondivaga, fatta di invio di rinforzi a scaglioni e dichiarazioni ambigue sull’impegno americano in Afghanistan.

I primi piani per il ritiro

La rivincita della linea Biden è iniziata con l’uccisione di Osama bin Laden, il 2 maggio 2011, nel suo rifugio ad Abbottabad: in Pakistan. A quel punto, il vicepresidente ha avuto gioco facile a promuovere la sua strategia della lotta al terrorismo: inutile mantenere tante truppe sul terreno in Afghanistan, serve semmai una maggior flessibilità nell’uso delle forze speciali e dei droni per colpire i terroristi ovunque nel mondo. Il 22 giugno 2011, dopo che era trapelata la notizia di un inizio di trattative segrete fra Usa e Talebani, Obama ha annunciato ufficialmente il ritiro degli americani. Da allora, la fine dell’impegno militare al fianco di Kabul è diventata solo una questione di tempo. Se Obama ha mancato la prima data indicata per il ritiro, quella del 2014, è stato solo per il peggioramento della situazione sul campo, perché, i talebani, sapendo che il nemico stava ritirandosi, hanno ben presto ripreso l’iniziativa. Comunque sia, alla fine del secondo mandato Obama, il contingente americano era ridotto a 10mila uomini, un decimo di quelli presenti nel 2011. E dal 2016 il loro compito non era più quello di combattere in prima linea, ma soprattutto  appoggiare e addestrare l’esercito afgano. Trump, dopo una prima, temporanea, escalation, ha continuato a ritirare truppe, riducendo il contingente in loco a 2500 uomini alla fine del suo mandato.

A Doha gli accordi fra Usa e talebani, siglati il 29 febbraio 2020, hanno fornito un calendario per la fine della guerra e il ritiro del contingente americano entro il 1 maggio 2021. Biden, una volta presidente, non ha fatto altro che prendere quel calendario e farlo suo, mantenendo un impegno elettorale. In aprile ha annunciato la data ultima del ritiro: 31 agosto.

L’ultimo tentativo dei generali

A quel punto, stando a quanto dicono fonti vicine all’amministrazione, non c’è stato più nulla da fare per convincere il nuovo presidente del contrario. Il generale Mark Milley, capo degli Stati Maggiori Riuniti, vista la forza dimostrata dai talebani nelle loro ultime offensive, suggeriva di mantenere in Afghanistan almeno il piccolo contingente di 2500 uomini già presente. Nelle riunioni che hanno preceduto la decisione del ritiro, anche il segretario alla Difesa Lloyd Austin, il segretario di Stato Antony Blinken e il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, hanno fatto presente che l’Afghanistan sarebbe caduto nelle mani dei talebani, non appena si fosse conclusa la partenza dei contingenti internazionali. Ma Biden era ormai convinto che il sostegno al governo di Kabul, di cui non si fidava, fosse ormai solo un “pozzo senza fondo” e che le riserve espresse dai generali e dai suoi stessi ministri potessero essere prese a pretesto per ritardare l’inevitabile disimpegno. In un’intervista che aveva rilasciato in campagna elettorale, il 23 febbraio 2020, aveva già detto che gli Usa non avrebbero avuto alcuna responsabilità in caso di presa del potere da parte dei talebani e del ritorno della loro brutale dittatura. Sarebbe stato solo un problema afgano, non avrebbe più riguardato gli interessi nazionali statunitensi.

Dopo la presa di Kabul, da parte degli eredi del mullah Omar, il 15 agosto, a ritiro non ancora completato, appare evidente che i generali, tutto sommato, avessero ragione. Gli Usa, in questa fase, non potevano ritirarsi senza perdere la faccia, senza apparire sconfitti agli occhi del mondo intero. Ora che il danno è fatto, in Afghanistan non lo si può rimediare. Nei prossimi mesi, per completare il ritiro dall’Iraq (dove la situazione sul campo non è drammatica come in Afghanistan, ma comunque è instabile), lo strappo fra Biden e i generali dovrà necessariamente essere ricucito. Pena, il ripetersi del disastro che abbiamo ancora sotto gli occhi.