Proteste di piazza, operazioni militari, attacchi terroristici. Israele è ancora una volta in fiamme con la concreta possibilità che agenti esterni riconducibili all’Iran, suo nemico storico, stiano soffiando sul fuoco in uno dei momenti più delicati per la democrazia israeliana.
È la Cisgiordania l’epicentro di un nuovo ciclo di violenze che sta investendo i territori palestinesi. Un paio di settimane fa a Jenin quella che doveva essere un’operazione militare con l’obiettivo di arrestare due miliziani si è conclusa con l’uccisione di sei palestinesi e più di 90 feriti. Durante l’operazione è stato impiegato anche un elicottero armato Apache, circostanza che non avveniva da circa vent’anni. La Jihad islamica, gruppo presente nell’area, ha rivendicato come alcuni suoi affiliati abbiano fatto esplodere diversi ordigni vicino ai veicoli israeliani per poi prenderne di mira i soldati. Le operazioni militari in Cisgiordania sono ormai quotidiane e hanno già provocato centinaia di vittime tra i palestinesi. A questi scontri seguono puntuali gli attacchi terroristici tra la popolazione israeliana. All’indomani dei fatti di Jenin due militanti di Hamas sono penetrati in una colonia e hanno ucciso quattro civili prima di essere neutralizzati. In un’escalation senza fine, le forze militari israeliane, per la prima volta dal 2016 in Cisgiordania, hanno poi ucciso con un drone tre presunti terroristi.
Negli ultimi giorni la possibilità di un intervento su vasta scala dell’esercito di Tsahal contro Hamas e Jihad islamica, i principali movimenti armati presenti in Palestina, ha preso piede in seno al governo guidato da Benjamin Netanyahu. Il via libera alla seconda operazione più massiccia dalla fine della Seconda Intifada è arrivato la notte scorsa con il lancio di un raid da terra e dal cielo contro il campo profughi di Jenin, rifugio per molti combattenti di questi gruppi. Sette sono al momento i morti tra i presunti terroristi con un numero imprecisato di feriti.
Hamas guida la Striscia di Gaza dal 2007 ma gode di una certa popolarità anche nella Cisgiordania governata dall’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). La Jihad Islamica non punta a competere anche in termini politici ma preferisce perseguire solo la lotta armata, una strategia che la pone spesso in rotta di collisione con Hamas. Infatti, le Brigate Izaddin al Qassam, il braccio armato di Hamas, di frequente arrestano miliziani della Jihad Islamica per fermare i loro attacchi contro Israele ed evitare una ritorsione da parte del suo esercito.
Questi contrasti sul campo nascondono però il fatto che Hamas e Jihad Islamica, insieme al movimento Hezbollah in Libano, siano parte di un “asse della resistenza” filoiraniano manovrato proprio da Teheran. Non è un caso che, in concomitanza con l’escalation di violenza in Cisgiordania, i leader dei due movimenti in Palestina si siano recati nella capitale iraniana per incontri con i massimi vertici politici. Il capo della Jihad Islamica, Ziyad al Nakhalah, è stato ricevuto dal presidente Ibrahim Raisi mentre il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, ha incontrato Ali Akbar Ahmadian, il segretario del Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale. In occasione di quest’ultimo incontro, Ahmadian avrebbe dichiarato ad Haniyeh che “la resistenza è il modo più efficace per porre fina a 75 anni di occupazione della Palestina”.
Alla minaccia all’esistenza di Israele proveniente dai Territori Palestinesi, si aggiunge quella legata ai militanti di Hezbollah presenti in Libano dagli anni Ottanta. Le esercitazioni compiute a fine maggio da questo gruppo armato non solo sono servite a lanciare un chiaro messaggio di deterrenza in Medio Oriente ma anche a smentire le voci di un indebolimento del Paese degli ayatollah e a dimostrare che il Libano rimane saldo nell’area di influenza di Teheran.
C’è però un altro fronte, quello della disinformazione, che l’Iran sta cercando di sfruttare per indebolire Israele. Secondo le rivelazioni di Haaretz, sui principali social network, WhatsApp, Facebook, Twitter e Telegram, sono in azione diversi “agenti esterni” che cercano di fomentare le proteste in corso nel Paese. ll tentativo di manipolazione dello scontro politico, causato da una contestata riforma della giustizia, non assume sempre forme particolarmente elaborate. È stato accertato che ad almeno quattro israeliani è stato richiesto su un gruppo presente sui social chiamato “No Voice” di esporre sui balconi striscioni, spediti ai loro indirizzi, con la scritta “No democracy, no voice”. Il quotidiano israeliano riporta che foto degli striscioni sono state pubblicate sui gruppi dell’organizzazione “No Voice” accompagnate dagli hashtag #novoice e #democracy. Questi attivisti si sono resi conto solo successivamente di essere stati coinvolti, loro malgrado, nel tentativo da parte di una nazione ostile di condizionare l’opinione pubblica.
Il servizio di sicurezza interno dello Shin Bet ha confermato che questi gruppi opererebbero fuori dal territorio nazionale rassicurando la popolazione di aver già adottato misure per contrastare queste azioni ostili riconducibili agli iraniani. Per gli investigatori i gruppi apparterrebbero tutti alla stessa “operazione di influenza” che cerca di raccogliere informazioni e di manipolare gli attivisti impegnati nelle proteste, sia a destra che a sinistra dello spettro politico. L’operazione non avrebbe come obiettivo solo la raccolta di informazioni ma anche l’intento di provocare azioni concrete con la diffusione di notizie false. L’agenzia di sicurezza ha sinora minimizzato la portata di questi tentativi di influenzare l’opinione pubblica affermando quanto i cittadini israeliani abbiano un elevato livello di preparazione nel riconoscere le fake news.
Al momento sono tre i gruppi indentificati dagli investigatori come parte della campagna di disinformazione in corso in Israele: “No Voice”, “The Hunters” e i “Traitors Trial”. Il primo sarebbe contrario alla riforma della giustizia, il secondo la sosterrebbe e sarebbe “a caccia” dei leader delle manifestazioni di piazza e coloro che “hanno tradito gli ebrei”. L’operazione di disinformazione è cominciata a marzo quando diversi profili falsi su Twitter hanno pubblicato messaggi in cui si legge che “No Voice è la voce della democrazia in Israele. Siamo la tribuna del popolo senza voce”. Dopo tempestive segnalazioni, il profilo di “No Voice” è stato chiuso ma nel frattempo un altro account legato all’organizzazione dei “The Hunters” ha intensificato la sua attività su Whatsapp e Telegram. Le foto di una giornalista e attivista, Orly Barlev, sono state condivise sui social insieme al suo numero di telefono e ad un suo vecchio indirizzo di casa. La giornalista, additata come traditrice, dopo aver denunciato la campagna di disinformazione, si è scagliata contro il premier Netanyahu. Secondo Barlev, il governo “non sta prendendo sul serio questa minaccia che permette agli agenti del caos di disintegrare Israele. Forse perché ci sono degli elementi che agiscono dall’interno per distruggere il Paese”.
Il terzo gruppo accusato dagli investigatori di fomentare il caos nella società israeliana, i “Traitors Trial”, sarebbe invece specializzato nel pubblicare foto di poliziotti insieme ai loro dati sensibili attribuendo questi atti dall’intento intimidatorio ai manifestanti di sinistra contrari alla riforma della giustizia. Nella trappola della disinformazione è caduto anche Itamar Ben-Gvir, ministro per la sicurezza nazionale, che avrebbe condannato queste azioni ritenendole davvero opera dei manifestanti di sinistra.
Secondo gli esperti, il tipo di campagna messo in campo dall’Iran rispecchia un copione seguito anche dai russi nel loro tentativo di influenzare la campagna elettorale americana del 2016 quando vennero diffusi contenuti per aizzare i sostenitori del partito democratico contro quelli del partito repubblicano. Non è un caso che la collaborazione su tutti i fronti tra Iran e Russia sia sempre più stretta con la suggestione che, nell’arte della disinformatija, l’allievo voglia superare il maestro.
I giochi pericolosi e sempre più spregiudicati di Teheran interrompono l’illusione per Israele di poter scrivere una nuova pagina nelle relazioni con gli altri Paesi della regione senza risolvere prima la questione palestinese e, in parte, riappacificare il fronte interno. La firma degli accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan e la possibilità che anche l’Arabia Saudita possa presto aggiungersi all’elenco dei Paesi “amici” possono infatti indurre a pensare che gli eventi in Palestina non abbiano più la centralità di un tempo. L’Iran ha tutto l’interesse a dimostrare che non è così.