Certe strade di Mosca, oggi, hanno il colore dei garofani rossi. Il consueto cielo plumbeo dell’inverno moscovita, già dalle prime ore di questa mattina, ha dato il buongiorno alle centinaia di cittadini russi che hanno scelto di non stare casa e di tributare un ultimo saluto a quello che già chiamano “martire” ed “eroe”, e che stamattina hanno salutato al grido di “Navalny! Navalny!“.
“Il popolo di Navalny”, rigorosamente in fila indiana dall’alba, con una manciata di gradi sopra lo zero, silente, per ore, è stato un vero caleidoscopio di generazioni e di interessi. Ci sono state madri di famiglia, barbuti uomini in pensione, babushke intabarrate nei loro paltò, trentenni à la page e la generazione Z con i suoi smartphone. Tutto sotto gli occhi vigili della polizia, armata fino ai denti, con tanto di mezzi blindati e cani poliziotto.
Il “rumore” della morte di Navalny
Eppure, qualcosa di profondamente kafkiano è andato in scena, oggi, come negli scorsi giorni. Di questa morte, paradossalmente, si “conosce” molto, e in questo funerale si è potuto “fare” molto, parlando in standard putiniani. A partire dalla morte stessa: il tira e molla durato giorni sulle cause del decesso ha esposto palesemente Mosca al fuoco incrociato del pubblico ludibrio e dello scherno internazionale. Il corpo che non giunge in obitorio, le indagini da svolgere, la battaglia della famiglia che da ogni scranno possibile ha chiesto giustizia. Quello che sorprende non è la morte di Navalny in sé: Mosca vuole che si sappia che i dissidenti muoiono per mano del Cremlino, e non fa nulla per nasconderlo. Tuttavia, è l’esposizione del caso che risuona strana: i molteplici appelli della madre dell’oppositore in diretta video, la pubblica denuncia dei soprusi e delle minacce degli inquirenti, i tempi morti, l’accusa di essere stata spinta ad accettare un funerale segreto. Tanta negoziazione e molte “concessioni”. Non un capello è stato torto alla signora Navalnaya, tantomeno la donna è stata privata delle sue casse di risonanza. Anzi, al nono giorno ha potuto riavere le spoglie del figlio martire, giusto in tempo per celebrare il pominki ortodosso, permettendo a Putin di non incorrere nelle ire del Dio di tutte le Russie.
Un funerale pubblico a ogni costo
I giorni che hanno preceduto il funerale sono stati una battaglia tra il gruppo dei familiari e dei collaboratori di Navalny, in primis Kira Yarmysh, sua portavoce, e le autorità russe, per ottenere un funerale solenne e degno. Mentre il Cremlino si è mantenuto silente, la realizzazione del commiato a Navalny ha dovuto affrontare ogni tipo di ostacolo: dal divieto assoluto di manifestazione sino alla sepoltura negata presso il cimitero di Troekurovskoye, dove riposano sia Boris Nemtsov che la giornalista Anna Politkovskaja. E poi ancora, la minaccia di arresto per partecipanti e manifestanti e, fino a poche ore dalla cerimonia religiosa, perfino l’impossibilità di reperire un carro funebre atto a trasportare la bara del defunto. Eppure, quel funerale che per molti avrebbe potuto essere vietato all’ultimo minuto, accampando una qualsivoglia ragione di ordine pubblico, si è tenuto. Con una formula ridotta, sotto gli occhi del Grande Fratello russo, ma il funerale di Navalny c’è stato ed è stato pubblico, più che pubblico. E questa è la vera notizia. Una differenza abissale, se paragonata a un nemico pubblico n.1 di recente uscita di scena come Eugenj Prigozhin: non che i due defunti avessero nulla a che spartire in fatto di civiltà, moralità e battaglie, ma è la medesima mano che, tuttavia, ha posto fine alle loro esistenze. Con la differenza che Prigozhin è stato a lungo al fianco di Putin, mentre Navalny ne è sempre stato agli antipodi.
L’ordine di lasciar fare: perché?
Del funerale di Navalny sono numerose le immagini che colpiscono. Innanzitutto i numeri: su quanti siano stati i partecipanti al cordoglio non sapremo mai la verità: centinaia, si deduce dalle immagini. Tanti, se si considerano i divieti e i rischi che questi cittadini coraggiosi hanno corso: ma sempre troppo pochi per una città di 13 milioni di abitanti, capitale di una nazione che sfiora i 150 milioni. Per ognuno dei presenti si devono contare almeno uno smartphone o comunque uno strumento atto a fotografare e fare video: nessuno di quei minuscoli obiettivi è stato sequestrato, censurato o messo fuori uso. Anche grazie a quelle singole testimonianze, questa mattina, il mondo intero ha potuto conoscere ogni dettaglio del saluto a Navalny. Ulteriore dettaglio: i controlli non sono sembrati serrati, come ci si aspettava, eccezion fatta per dei metal detector portati in loco per scongiurare il peggio, oltre al controllo documenti e alcune perquisizioni all’inizio della mattina. Se la folla non è stata esagitata, chiusa nel dolore di un Paese senza speranza, la polizia non ha agito come nei due anni passati nelle manifestazioni, seppur piccine, contro la guerra in Ucraina: alla folla è stato lasciato fare.
Così, sebbene le telecamere fossero proibite all’interno della Chiesa dell’Icona di Nostra Signora, anche le immagini più intime di questo saluto hanno fatto, potenti, il giro del mondo. Presenti perfino diplomatici e ambasciatori stranieri. La bara aperta, come da tradizione, il corpo ricomposto ricoperto di garofani, l’icona posta sul petto del defunto. L’ultima volta che dalla Russia erano giunte immagini così intime di un commiato si trattava del funerale di Darya Dugina, eroina dell'”altra Russia”, quella che sta con Vladimir Putin e i suoi. Last, but not least, il funerale si è svolto nel quartiere Maryno di Mosca, il quartiere in cui Navalny ha vissuto da libero: celebrare un eroe in casa propria, è il miglior modo perché quella casa diventi un monumento, nonostante non si tratti del blasonato cimitero Troekurovskoye.
La sepoltura e il silenzio dello zar
Il corteo che ha accompagnato Alexei Navalny verso il luogo di inumazione, nel cimitero senza infamia e senza gloria di Borisovsky, è l’altra notizia. Una folla immensa e senza paura ha marciato verso l’ultimo saluto. Nel frattempo, i collaboratori del dissidente non hanno lasciato nemmeno per un attimo la diretta dal suo canale Youtube, alternando la cronaca a lunghi silenzi e sospiri, mentre le immagini spesso e volentieri sono state interrotte da “improvvisi” disturbi della rete. Ma nonostante i tentativi di bavaglio, anche su questa sponda è stato possibile dire (quasi) tutto. Al rito dell’inumazione, una coltre di garofani ha accompagnato gli ultimi attimi prima della sepoltura: i partecipanti, ammassati fuori dal cimitero, hanno potuto farvi ingresso, onorando la salma di Alexei il martire. Sulle note di My Way e della colonna sonora di Terminator 2-che Navalny considerava il “film migliore sulla Terra”-la cerimonia si è conclusa.
In tutte queste ore il grande assente è lui, lo zar. Che null’altro ha avuto da dire se non di “non aver nulla da dire alla famiglia di Navalny il giorno del suo funerale“. C’è da chiedersi il perché di tutta questa compostezza, di questo laissez-faire. Una camera di de-compressione per le mille tensioni sopite sotto la coltre della censura? O peggio ancora, una gigantesca operazione di identificazione, uno per uno, dei partecipanti ai funerali, che ben presto riceveranno una agghiacciante bussata alle loro porte? Oppure ancora, si è trattato di una giornata al tornasole, per capire che aria tira per le strade di Mosca e della Russia? O forse, banalmente, per la prima volta lo zar Putin non ha saputo cosa fare. Se proibire anche il lutto, dopo essersi sporcato ancora una volta le mani, rischiando il caos, o se lasciare fare, sperando che nuova neve cada sui garofani rossi di oggi.

