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L’Unione Europea non la pensa come gli Stati Uniti e sulla possibilità di stoppare totalmente l’export da parte dei Paesi del G7 verso la Russia esprime parere contrario. Una logica comprensibile, quella di Bruxelles, nella cui comunità molti Paesi fino al 24 febbraio 2022, data dell’invasione dell’Ucraina, erano economicamente legati a doppio filo con Mosca.

Lo riporta Reuters citando funzionari anonimi della Commissione Europea e il timore comunitario che se al G7 giapponese di maggio Joe Biden porrà sul tavolo la proposta dell’embargo totale a Vladimir Putin potrebbe essere sconvolta l’intera architettura del sistema sanzionatorio contro Mosca. E potenzialmente la stessa struttura della globalizzazione.

Dal 19 al 21 maggio, a Hiroshima, Biden, il premier canadese Justin Trudeau, la premier italiana Giorgia Meloni, il primo ministro britannico Rishi Sunak, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz si ritroveranno per il secondo G7 dell’era della guerra russo-ucraina. Assieme a loro le massime autorità dell’Ue, Ursula von der Leyen e Charles Michel, distanti su tutto ma non sulla necessità di evitare il passo più lungo della gamba con Mosca. Alla presenza di Volodymyr Zelensky, che è invitato in rappresentanza dell’Ucraina invasa, Biden vuole spingere fino in fondo sull’appoggio a Kiev. Ma l’Ue sull’embargo totale non vuole seguirlo.

La motivazione è comprensibile leggendo il report Crea sulle “triangolazioni” di petrolio e derivati russi. Turchia, Singapore, Cina, India e Emirati Arabi sono “esplosi” come fornitori di seconda mano di prodotti di Mosca rivenduti poi sul mercato occidentale. La stessa questione può, a rovescio, riguardare i prodotti europei e occidentali che ancora viaggiano nella direzione russa, da cui sono stati esclusi già gli asset più critici. Casi come quello dell’Armenia, diventata centrale di smistamento dei beni elettronici sanzionati, insegnano. Questioni come quella della certezza del diritto economico e della natura mirata delle sanzioni imposte dall’Ue dal 2014 ad oggi aggiungono concretezza al rifiuto comunitario di andare fino in fondo.

Del resto, da un embargo di questo tipo l’Ue sarebbe la componente del G7 a subire i maggiori danni. Nel 2022 l’export europeo verso Mosca si è quasi dimezzato, ma è rimasto comunque a 57 miliardi di dollari di valore complessivo. Washington nell’ultimo anno non è arrivata al miliardo di dollari di valore, per fare un paragone, e del resto continua anche sulle importazioni a promuovere un embargo a macchia di leopardo che, per fare un esempio, “dimentica” l’uranio russo.

Comprensibile, dunque, che anche in vista della prospettiva che in un prossimo futuro le armi possano tacere in Ucraina l’Ue non voglia arrivare alle estreme conseguenze della guerra economica con la Russia. Assicurata la diversificazione energetica, restano numerose spine politiche su scala internazionale, prima fra tutte la prospettiva che Mosca possa agire asimmetricamente in caso di embargo. Il primo scenario da temere è quello del grano, con gli accordi sull’export da Odessa che scadranno proprio a ridosso del vertice nipponico, il 18 maggio, e che se non rinnovati possono creare caos alle porte dell’Europa, nel pre-carrè africano teatro dell’export cerealicolo e in cui una crisi alimentare può scatenare tensioni geopolitiche e una bomba migratoria.

L’embargo, inoltre, sfavorirebbe notevolmente l’Europa, che andrebbe ad assumersi l’onere maggiore della rottura con Mosca. Tutto questo in una fase di acute tensioni industriali e strategiche con Washington su temi come la transizione energetica e i chip. La proposta ha valore segnaletico per gli Usa. Ma è altamente improbabile che passi. L’Ue resta comunque il blocco economico maggiore del pianeta. E conosce ancora la differenza tra “sanzioni” e autosanzioni, come sarebbe un embargo totale a Mosca dai danni economici certi e dai risultati tutt’altro che garantiti.

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