Che Donald Trump sia sempre stato percepito come un “corpo estraneo” dal cosiddetto “Stato profondo” americano non è certo un mistero. La competizione fra la Casa Bianca e le burocrazie-agenzie governative che guidano l’America è, in realtà, un fatto naturale, e non vale solamente per The Donald: ma mai nessun presidente eletto era arrivato a scontrarsi in maniera così plateale sui dossier più disparati, dal paventato ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente alla reazione dell’amministrazione Usa alla morte di George Floyd e, soprattutto, sulla gestione delle manifestazioni violente che stanno devastando il Paese e messo in crisi l’ordine pubblico in numerose città americane.

Donald Trump assediato dai generali

È la “rivolta dei generali” contro l’inquilino della Casa Bianca. Il primo era stato, mercoledì scorso, il segretario alla Difesa Mark Esper che aveva smentito il presidente Usa sottolineando che le truppe in servizio attivo non dovrebbero essere usate per reprimere le proteste. “L’opzione di utilizzare le forze in servizio dovrebbe essere usata solo come ultima risorsa e solo nelle situazioni più urgenti e terribili”, ha detto Esper. Lo stesso giorno, il generale Mark Milley, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti dal 14 agosto 2015 al 9 agosto 2019, ha ricordato ai leader militari il loro giuramento di proteggere la Costituzione degli Stati Uniti e il “diritto alla libertà di parola e di riunione pacifica”.

John Allen, presidente di Brookings, già comandante della missione Nato Isaf in Afghanistan, ha rincarato la dose in un editoriale pubblicato su Foreign Policy: “Anche per un osservatore distratto, lunedì è stato un giorno orribile per gli Stati Uniti e la loro democrazia”, ha scritto l’ex comandante delle forze americane in Afghanistan. “Donald Trump non è religioso, non ha bisogno della religione, e non gli interessano i devoti se non per quanto possono servire alle sue esigenze politiche – scrive – sappiamo perché ha fatto tutto questo lunedì, lo ha perfino detto lui tenendo in mano la Bibbia sul sagrato della chiesa. E’ tutto per il Maga”, riferendosi allo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, Make America Great Again.

Il colpo di grazia finale è arrivato da una vecchia conoscenza di Donald Trump: l’ex capo del Pentagono, il generale James Mattis. L’ex segretario alla Difesa ha criticato duramente Trump come “il primo presidente della mia vita che non tenta di unire il popolo statunitense”. L’ex capo del Pentagono, che era stato nominato da Trump ed è il predecessore dell’attuale segretario alla difesa, Mark Esper, aveva spiegato che il Presidente Usa “tenta di dividerci”. Come se non bastasse, l’ex capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, ha difeso Mattis dopo che quest’ultimo è stato attaccato da The Donald come “il generale più sopravvalutato del mondo” e ha detto di averlo licenziato. “Il presidente non lo ha licenziato. Non ha chiesto le sue dimissioni”, ha dichiarato Kelly al Washington Post. “Il presidente ha chiaramente dimenticato come siano realmente andate le cose, o è confuso”, ha spiegato Kelly, aggiungendo che Mattis “è un uomo d’onore”.

The Donald vs. The Blob

Il “Blob” della politica estera degli Stati Uniti, così come lo Stato profondo delle agenzie governative, non ha mai accettato la vittoria di Donald Trump nel 2016. Ma che cos’è il Blob? Come spiega il docente di Harvard Stephen M. Walt nel suo ultimo saggio The Hell of Good Intentions, è la comunità della politica estera degli Stati Uniti, che include funzionari governativi, analisti dell’intelligence presso la Cia, membri di think-tank, professori di relazioni internazionali, generali in pensione, ecc. Tutti schierati contro The Donald, prima ancora che si insediasse alla Casa Bianca.

Nel 2018, per esempio, la decisione di Donald Trump di ritirare all’ex capo della Cia John Brennan l’accesso (clearance) ai documenti classificati fece infuriare i vertici degli apparati che forse mai hanno troppo digerito l’ascesa di un “oustsider” che ha scalato il partito repubblicano dal basso e, contro ogni previsione, è riuscito a diventare presidente della superpotenza americana. William McRaven, ammiraglio di Marina ed eroe di guerra, l’uomo che ha supervisionato l’operazione Osama bin Laden nel 201, scrisse un durissimo editoriale sul Washington Post in cui chiese a Trump di ritirare anche a lui la clearance, sostenendo che sarebbe un onore rientrare assieme a Brennan nel novero degli oppositori del presidente.

Oltre a McRaven,  altri illustri 15 esponenti degli apparati di sicurezza e di intelligence di Washington firmarono una lettera per difendere Brennan. Tra loro spiccano ufficiali come David Petraeus, ex capo delle forze americane in Afghanistan e Iraq e capo della Cia sotto Obama, e Robert Gates, già capo della Cia nell’amministrazione di George H. Bush. Inoltre, altri 175 ex ufficiali di alto rango dell’intelligence Usa e del Pentagono, sottoscrissero una lettera molto simile in cui chiesero al presidente di rivedere la sua decisione su Brennan. La vicenda Brennan rappresentò uno dei momenti di massima tensione fra The Donald e il “Blob”: una guerra destinata a proseguire, fintanto che Trump rimarrà in carica.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME