“A nation of laws, not of men”, così definì gli Stati Uniti John Adams, secondo presidente d’America. Questa era la promessa. Che nessun uomo, nemmeno il più potente, fosse sopra la legge. Ma nel 2025, questa precondizione è messa alla prova come raramente prima. L’ America si risveglia ogni giorno più divisa, più tesa, più vicina al limite. E a tenere in piedi l’impalcatura, tra corti, stati e ricorsi, è proprio quella legge. In un clima politico sempre più polarizzato, un numero crescente di Stati, corti federali e giudici stanno tracciando un fronte parallelo a quello del potere esecutivo.
A circa sei mesi dall’inizio del secondo mandato della presidenza Trump, sembra sempre più radicalizzarsi l’uso dell’autorità federale, toccando temi sensibili: truppe negli Stati, diritti civili, immigrazione accelerata, cittadinanza per nascita, dazi. Ma, di fronte a questo espansionismo, la legge americana sembra stia mantenendo una coscienza propria. E reagisce.
Facciamo un breve recap degli ultimi episodi della battaglia tra i provvedimenti di Trump e la legge americana:
- 12 giugno 2025 – California v. Trump
Nel cuore del dibattito costituzionale, si terrà un’udienza chiave presso il tribunale federale, dove la California contesterà il dispiegamento unilaterale di truppe federali a Los Angeles. Il giudice Charles Breyer sarà chiamato a valutare se questa mossa violi il 10° Emendamento e la sovranità garantita agli Stati.
- 9 giugno 2025 – Doppia ingiunzione del giudice Tigar
Il giudice distrettuale Jon Tigar emette due ordinanze cruciali: la prima protegge i fondi destinati a programmi per diritti LGBTQ+, la seconda vieta la sospensione delle terapie ormonali per persone trans in carcere. Due stop simbolici all’ideologia esecutiva.
- 6 giugno 2025 – Presidente e Fellows di Harvard College v. Dipartimenti federali
Harvard ha citato in giudizio l’amministrazione Trump presso il tribunale federale del Massachusetts per una serie di atti punitivi: il congelamento di quasi 3 miliardi di dollari in fondi federali per la ricerca, la revoca dello status tax-exempt e la sospensione dell’ammissione di studenti internazionali. La corte, presieduta dalla giudice Allison Burroughs, ha emesso un’ingiunzione contro il blocco dei visti e della certificazione dell’università, ritenendo tali misure “rappresaglia illegittima” e dannose per la libertà accademica e i diritti costituzionali dell’istituzione
- 29 maggio 2025 – Tariffe bloccate dal tribunale di Washington
La District Court della capitale sospende temporaneamente le tariffe commerciali imposte da Trump tramite l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). La corte ha sollevato dubbi sulla legittimità dell’uso di poteri d’emergenza per fini doganali.
- 28 maggio 2025 – Bocciatura della Corte del Commercio Internazionale
LA U.S. Court of International Trade ha invalidato l’intero pacchetto tariffario “fentanyl reciprocation”. La corte ha giudicato eccessivo e fuori portata l’uso dell’IEEPA in un contesto commerciale ordinario.
- 15 maggio 2025 – Cittadinanza in discussione alla Corte Suprema
La Corte Suprema ascolta le argomentazioni sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo 14156, che mira a limitare lo jus soli. È uno dei casi simbolo della battaglia tra legalità costituzionale e sovranità presidenziale.
- 9 aprile 2025 – Deportazioni: imposta una pausa
Una corte federale ha stabilito che le espulsioni eseguite ai sensi dell’Alien Enemies Act non possono essere automatiche. Imposto un preavviso di 30 giorni. È la prima restrizione legale moderna su una legge del 1798 riattivata da Trump.
- 7 aprile 2025 – Il blocco della Corte Suprema sull’AEA
La Corte Suprema ha concesso un provvedimento d’urgenza per sospendere le deportazioni di massa contro cittadini venezuelani. Il caso solleva interrogativi sull’uso del diritto di guerra per la gestione dell’immigrazione.
- 2 aprile 2025 – Tariffe generalizzate via decreto
Trump firma l’Executive Order 14257: dazi fino al 50% su prodotti da 57 paesi, giustificati con pretesti di sicurezza economica. È l’uso più aggressivo dell’IEEPA nella storia recente, e le prime cause arrivano immediatamente.
- 14 marzo 2025 – Alien Enemies Act: il ritorno
Per la prima volta dal secondo conflitto mondiale, il governo invoca l’Alien Enemies Act per giustificare espulsioni rapide e senza udienza. Presi di mira, in particolare, migranti venezuelani sospettati di legami con gruppi criminali come il Tren de Aragua.
- 5–6 febbraio 2025 – Ingiunzioni coordinate sulla cittadinanza
Tre tribunali federali (Washington, Maryland, Oregon) emettono simultaneamente provvedimenti contro l’ordine esecutivo 14156. È la risposta più rapida e coordinata mai vista su una questione di cittadinanza.
- 23 gennaio 2025 – Seattle: primo blocco sullo jus soli
Il giudice Coughenour emette un’ingiunzione che congela l’entrata in vigore dell’EO 14156. È la prima battuta d’arresto legale per la nuova amministrazione Trump sul fronte dei diritti di nascita.
- 22 gennaio 2025 – ACLU contro le deportazioni lampo
L’American Civil Liberties Union deposita un ricorso contro le deportazioni accelerate. Il cuore della questione è la violazione del due process, ovvero del diritto a un equo procedimento per chiunque si trovi sul suolo statunitense.
- 20 gennaio 2025 – Un ordine esecutivo che cambia tutto
Nel giorno stesso dell’insediamento, Donald Trump firma l’Executive Order 14156. Con un tratto di penna, esclude i figli dei non cittadini dal diritto di cittadinanza per nascita. Una rottura radicale con la tradizione costituzionale americana.
Intanto, le strade di diverse metropoli americane sono teatro di proteste crescenti, innescate proprio da queste misure e dalle reazioni ad esse. A Los Angeles, Atlanta, Chicago e New York si susseguono manifestazioni, alcune delle quali degenerano in scontri. La spirale di tensione civile si sta avvitando pericolosamente: al conflitto giuridico si affianca quello urbano. La democrazia americana si ritrova schiacciata in una morsa, tra un potere esecutivo sempre più assertivo e una piazza infiammata dalla percezione di soprusi istituzionali. Il parallelo con i primi anni Novanta, ai tempi dei disordini di Los Angeles del 1992 dopo il caso Rodney King, non è più solo teorico: allora bastò un verdetto controverso per scatenare una rivolta. Oggi, una somma di ingiustizie percepite rischia di far scattare la stessa miccia. Può scappare il morto. E qualora dovesse accadere cambierebbe tutto.
E i Repubblicani? Da un lato, la maggioranza dei leader nazionali sostiene apertamente l’agenda di Trump, lodando la fermezza e denunciando le corti come “attiviste”. Dall’altro, una pattuglia più moderata — soprattutto a livello statale — osserva con crescente disagio l’impatto delle tensioni sociali e le possibili derive autoritarie. Tra questi figurano nomi come Larry Hogan (Maryland), Asa Hutchinson (Arkansas), Charlie Baker (ex Massachusetts, oggi influente nell’area think tank), e Brian Kemp (Georgia), che ha mantenuto una linea più istituzionale. Anche senatori come Lisa Murkowski e Susan Collins, pur senza rompere apertamente con il partito, esprimono segnali di distanza dalle misure più controverse. Tuttavia, il silenzio prevale. In molti scelgono la prudenza elettorale, temendo la reazione dell’elettorato trumpiano. Il risultato è un vuoto di mediazione politica che alimenta ulteriormente la radicalizzazione del confronto.
L’anno prossimo gli Stati Uniti torneranno alle urne per le midterm. Storicamente, il partito dell’incumbent presidente perde terreno in queste elezioni, ma questa tendenza potrebbe essere indebolita se l’amministrazione Trump riuscirà a presentarsi come garante dell’ordine. I fatti di Los Angeles — con il dispiegamento di truppe federali e le proteste conflittuali — assumono una duplice valenza: l’immagine dei disordini e della militarizzazione può rafforzare il messaggio securitario dell’amministrazione e galvanizzare la sua base elettorale; allo stesso tempo, le istantanee di queste ore sono controproducenti per il GOP moderato: questa escalation rischia di alienare gli elettori più centristi, soprattutto nei distretti in bilico. La polarizzazione può, dunque, rivelarsi un boomerang.

Se i moderati dovessero restare a guardare, la tattica “tough on crime” rischia di rafforzare solo la frangia più estrema del partito, riducendo la sua attrattività complessiva. Al tempo stesso, la base trumpiana resta mobilitata e compatta, rendendo difficile qualsiasi rottura interna senza costi elettorali.
Per il Gop, intanto, un altro rischio si profila all’orizzonte. Il 2024 ha visto un’impennata del consenso latino verso Trump: il 46% dei voti latinos alle presidenziali del 2024—un aumento di 14 punti rispetto al 2020, trainato soprattutto dagli elettori maschi. Un sostegno legato soprattutto a temi economici e riforma delle frontiere. Un consenso che, tuttavia, rischia di sgretolarsi: un sondaggio YouGov (9–10 giugno) rileva solo il 34% di approvazione per il dispiegamento militare a Los Angeles (il 47% lo censura). Parallelamente, un sondaggio Politico (8–18 maggio) mostra una diminuzione dell’approvazione fra i latini dal 43% al 39%. Il dispiegamento di truppe, accompagnato da retate delle autorità federali e uso di lacrimogeni, ha scatenato proteste vibranti nelle comunità ispaniche. La LULAC (League of United Latin American Citizens) ha espresso seri timori, definendo la militarizzazione un “ingresso intimidatorio” nelle comunità latine. Storicamente diluito tra economia e sicurezza, il voto latino è oggi più sensibile all’equilibrio tra ordine e dignità. Un’ondata repressiva percepita come eccessiva fa allontanare indipendenti e moderati — senza necessariamente garantire nuovi sostenitori alla destra tradizionale. Se la spia dell’approvazione resta sotto il 40%, il consenso latino — elemento cruciale in stati come Arizona, Nevada, Florida e Texas — rimane vulnerabile. Per le Midterm del 2026, questo spostamento potrebbe consegnare al Partito Democratico seggi decisivi alla Camera e al Senato, rallentando l’agenda repubblicana.

Intanto, le corti americane non stanno solo risolvendo controversie: stanno ridefinendo i limiti del potere federale. In alcuni casi con coraggio, in altri con prudenza. Ma è evidente un movimento sotterraneo, trasversale, che difende i diritti individuali, la sovranità degli Stati e l’equilibrio dei poteri. Lungi dall’essere un blocco monolitico, questo “sistema nervoso giuridico” reagisce in tempo reale agli impulsi di un esecutivo muscolare. E lo fa non con ideologia, ma con procedura.
Ci sono precedenti? Sì. Ma mai così trasversali e simultanei. Durante il New Deal, gli stati del sud si opposero ad alcune riforme federali. E, soprattutto, negli anni Sessanta, le corti federali giocarono un ruolo cruciale nel contenere l’arbitrarietà degli stati segregazionisti: furono gli anni delle grandi sentenze della Warren Court, delle ingiunzioni contro la segregazione nelle scuole, dei marshals federali inviati per far rispettare i diritti civili. Ma oggi il fenomeno è inverso: è il potere federale a spingersi oltre, e sono gli Stati a invocare la Costituzione per difendere diritti e procedure. Una ribellione giuridica che si riflette su più fronti, con una simultaneità che ricorda, per intensità, i momenti più critici della storia americana.
Nel 2025, però, a questa lotta legale si affianca un’escalation sociale. Il rischio non è solo costituzionale, ma anche civile. Quando la giustizia e la piazza corrono parallele ma non si incontrano, il Paese si espone a fratture profonde e potenzialmente irreparabili. Gli anni Novanta insegnano: basta un’escalation mal gestita per passare in poche ore dalla tensione alla tragedia.

