La cultura popolare e l’intrattenimento sono fra i più potenti instrumenta regni di cui un potere politico dispone per plasmare le convinzioni dell’opinione pubblica. Un libro, un film ed anche una canzone possono condizionare le percezioni delle persone in un modo sottile ed impensabile, e il loro potenziale è spesso trascurato quando non totalmente ignorato dalla platea di consumatori; è per questo che, sin dall’alba dell’uomo, le potenze con aspirazioni egemoniche hanno storicamente puntato sulla creazione di prodotti culturali tanto di nicchia che di massa.

Hollywood rappresenta il caso per eccellenza di sistema di produzione culturale costruito con finalità politiche, ed è un modello di successo al quale si stanno ispirando diverse egemonie in divenire, come Turchia e Arabia Saudita. Accanto al cinema e alle grandi produzioni televisive, un ruolo secondario è giocato dall’industria musicale e dai suoi esponenti, i cantanti, il cui astro esercitato sugli ascoltatori, che a volte assume la forma di una vera e propria immedesimazione emozionale e carismatica, può essere magistralmente utilizzato per convincerli della bontà e della giustezza delle loro idee politiche.

La campagna dei cantanti per il Kosovo

Tutto ha inizio su Instagram il 18 luglio, quando la cantante kosovara di fama mondiale Dua Lipa pubblica alcune storie invitando i propri seguaci ad aderire ad una petizione indirizzata alla Apple nella quale viene chiesto di aggiornare le mappe fornite su Apple Maps, inserendo il Kosovo quale stato indipendente ed evidenziandone i confini e la capitale. Nasce un piccolo dibattito con il proprio pubblico, durante il quale la cantante allega un collegamento ad un sito in cui si spiega perchéil Kosovo non è e mai sarà Serbia“.

La sera successiva, la cantante rincara la dose e pubblica una foto della “Grande Albania” sui suoi profili Twitter ed Instagram, corredata dalla scritta: “autoctono, aggettivo [che descrive] un abitante di un paese, [del quale è] nativo piuttosto che [essere] discendente di migranti o coloni”. Tanto è bastato perché la foto diventasse virale ed estendesse, incendiando, il dibattito iniziato con il post del giorno precedente. Si tratta della stessa immagine che nel 2014 fu trasportata, in versione gigantografata, da un drone all’interno dello stadio Partizan di Belgrado in occasione della partita Serbia-Albania, accendendo scontri tra le tifoserie che determinarono la sospensione della partita e lo scoppio di una piccola crisi diplomatica fra i due paesi.

L’appello della Lipa è stato rapidamente raccolto da altre cantanti albanesi e/o kosovare, seguite da milioni di persone e la cui casa adottiva sono gli Stati Uniti, come Rita Ora e Ava Max, ottenendo il risultato eccelso di popolarizzare la petizione, aiutandola a raggiungere quasi la soglia delle 150mila necessarie per l’inoltro alla Apple alle prime ore del 22 luglio.

Cosa potrebbe esserci dietro?

L’iniziativa delle cantanti, apparentemente autonoma, è stata accolta in maniera positiva in Albania e in Kosovo, mentre ha suscitato vivaci proteste in Serbia, in Montenegro e in Macedonia del Nord, per via dell’immagine pubblicata dalla Lipa che ritrae scaglioni dei tre paesi sotto la sovranità la Tirana, descrivendoli come terre native del popolo albanese.

I dubbi circa i reali autori e i reali moventi dietro quella che Rita Ora ha definito una “campagna di sensibilizzazione” però ci sono. Innanzitutto, come è già stato scritto, l’industria dell’intrattenimento è funzionale alla concretizzazione dei disegni politici ed ideologici del paese di riferimento, e il suo grado di asservimento al potere istituzionale può essere misurato dalla politicizzazione dei suoi esponenti, che si tratti di scrittori, di attori o di cantanti.

Inoltre, la campagna delle cantanti è stata patrocinata da un’organizzazione con sede in Massachusetts nota come Team Albanians, impegnata in attività culturali all’interno della diaspora albanese in America settentrionale, nel mantenimento dei legami fra gli emigrati e l’Albania e nella promozione degli interessi nazionali di Tirana negli Stati Uniti, fra i quali spicca la sensibilizzazione del grande pubblico sulla questione kosovara.

Team Albanians è stata fondata nel 2016 come organizzazione senza scopo di lucro e pur avendo, ufficialmente, uno staff di sole cinque persone e non disponendo di un bilancio, è entrata con un’incredibile rapidità nel mondo di Hollywood. L’ente ha infatti assunto notorietà dopo essere stato scelto per curare le campagne pubblicitarie di diversi film e documentari prodotti con l’obiettivo di migliorare l’immagine dell’Albania e del Kosovo presso il pubblico nordamericano.

In particolare, l’organizzazione è stata scelta dalla celebre attrice Eliza Dushku per promuovere il documentario “Dear Albania“, in cui i protagonisti mostrano agli spettatori i “Balcani albanesi” che si estendono da Tirana fino al Kosovo, al Montenegro e alla Macedonia del Nord, e per promuovere il cortometraggio Shok, sulla guerra del Kosovo, che ha ottenuto una candidatura all’edizione del 2016 dei premi Oscar.

Dietro la mobilitazione del mondo dello spettacolo potrebbe nascondersi un tentativo, da parte della piccola ma influente lobby albanese in America, di utilizzare Hollywood e i volti noti della musica, seguiti da milioni di persone, per mantenere alta e costante l’attenzione della politica sulla questione del Kosovo e, al tempo stesso, influenzare le convinzioni e le idee dell’opinione pubblica americana (e occidentale) sullo stesso argomento.

Dialogo interrotto?

Il 15 giugno, Richard Grenell, inviato speciale degli Stati Uniti per la Serbia ed il Kosovo, aveva annunciato che la Casa Bianca avrebbe ricevuto a colloquio il presidente serbo, Aleksandar Vucic, e la sua controparte kosovara, Hashim Thaci, il 27 dello stesso mese. L’obiettivo dell’amministrazione Trump era, ed è, estremamente ambizioso: risolvere definitivamente la disputa territoriale, trasferendo da Mosca e Bruxelles a Washington l’onere e l’onore di un simile compito.

Il piano di Trump, però, è fallito a causa di un imprevisto: il 24, Thaci è stato accusato dalla Corte speciale per il Kosovo del Tribunale internazionale dell’Aja di aver avuto un ruolo di primo piano nella conduzione di crimini di guerra nel corso del conflitto in Kosovo, in qualità di esponente del tristemente famoso Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK).

Il presidente kosovaro ha ritenuto doveroso annullare la sua partecipazione alla trilaterale, che quindi non si è più svolta, preferendo recarsi all’Aja per testimoniare e tentare di smontare l’impianto accusatorio nei suoi confronti. Thaci, che sin dall’esordio elettorale si è presentato come un riformatore e un interlocutore disposto a trattare con Belgrado, ha deciso che di giocare una carta rischiosa: vincere il processo che lo vede imputato di reati gravissimi e, dopo, una volta riacquistata e riabilitata la sua immagine pubblica, tornare sul tavolo delle trattative.

La Grande Albania: che cos’è?

Gli accademici e i politologi occidentali utilizzano il termine “Grande Albania” per riferirsi all’antico sogno irredentista di Tirana di riunificare sotto la propria bandiera le comunità albanesi stanziate nel vicinato balcanico, più precisamente in una serie di territori che oggigiorno sono sotto sovranità della Serbia, della Macedonia del Nord, del Montenegro e della Grecia. Non si possono comprendere le origini della guerra del Kosovo e del separatismo albanese in Macedonia del Nord, ed il ruolo da protagonista giocato da Tirana in entrambi i casi per esacerbare la situazione e produrre una rottura secessionista, senza essere a conoscenza di questa realtà.

Mentre in Occidente si parla di Grande Albania, a Tirana è sempre stata utilizzata un’altra espressione: “Shqipëria natyrale“, ovvero Albania naturale. La preferenza per l’utilizzo dell’uno o dell’altro termine è il riflesso di due visioni contrapposte ed inconciliabili sulla questione albanese: nel primo caso, le pretese territoriali di Tirana vengono considerate espressione di un piano espansionista nei Balcani di stampo imperialistico e storicamente illegittimo; nel secondo caso si tende a giustificare la politica estera di Tirana in quanto mirante ad alterare una divisione territoriale ritenuta anti-storica ed artificiosa, venutasi a creare a causa con la ritirata dell’impero ottomano dalla penisola.

Le potenze europee, Italia inclusa, hanno storicamente visto nell’irredentismo albanese uno strumento con cui controbilanciare l’influenza russa nei Balcani, esercitata attraverso il panslavismo e manifestata nel sogno di una Grande Serbia, perciò lo hanno foraggiato sin dal primo dopoguerra. La stessa cosa è accaduta all’indomani della fine della guerra fredda, quando gli Stati Uniti sono intervenuti nel processo di implosione della Iugoslavia in supporto alle forze disgregatrici, vedendo nella realizzazione dell’Albania naturale un mezzo con cui ridimensionare ed accerchiare la Serbia e de-russificare i Balcani.

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