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Donald Trump sarà il candidato del Gop alla presidenza degli Stati Uniti. Il tycoon è il commander in chief uscente e nessuno può mettere in discussione la sua leadership. Ma nel suo partito di riferimento c’è chi ha paventato l’ipotesi delle primarie.

Già nel 2016, con la proposta della convention contestata  a favore di Ted Cruz, che ha provato a sostenere Mitt Romney, e  con la mancanza all’appello di vari endorsement, era chiaro come non tutti i repubblicani stessero dalla parte del The Donald. Poi c’è stata l’opposizione fatta durante il mandato, ben rappresentata da John McCain, che nel frattempo è deceduto, dall’ostruzionismo di Paul Ryan, che ha rinunciato a ricandidarsi, e dalle critiche provenienti dall’area liberal.

Oggi però la musica è diversa: Trump ha reso il partito compatibile con se stesso. Non è più un fenomeno  asistematico. I candidati trumpisti sono spesso quelli più accreditati per vincere le primarie che si svolgono negli Stati prima di eleggere il governatore. La polarizzazione del quadro si è cristallizzata: o con il presidente o contro di lui. Chi sono, allora, questi repubblicani pronti a dare battaglia per mettere i bastoni tra le ruote all’inquilino della Casa Bianca in vista del 2020?

Ottenere le primarie quando permane la candidatura del presidente uscente non è un’operazione semplice. Bisogna passare dalla convention nazionale e, per quanto esistano alcuni precedenti, non sembra questo il caso in cui lo scenario in questione stia per divenire realtà.

I mal di pancia, come segnalato da questa pagina Facebook, che è aggiornatissima sulla politica americana, albergano per lo più in tre esponenti: John Kasich, ex governatore dell’Ohio che è già stato battuto da Trump nel 2016, Larry Hogan, governatore del Maryland, di cui ha recentemente parlato pure la Cnn in ottica primarie, e Ben Sasse, giovane senatore del Nebraska.

C’è chi è disposto a giurare che la crisi rientrerà in prossimità delle presidenziali, ma occupandoci nel dettaglio di elezioni americane dobbiamo segnalare la ventilazione di questi tre progetti di candidatura. La famiglia Bush, per esempio, potrebbe essere un buon alleato per i repubblicani antitrumpiani. Esiste un limite economico: Trump ha raccolto milioni di dollari sin dal giorno successivo al suo insediamento. Nessuno, neppure nel campo democratico, potrà spendere quanto lui. Sfidarlo alle primarie, insomma, potrebbe significare suicidarsi politicamente.

Ecco perché, in fin dei conti, è possibile ipotizzare che l’opposizione interna al Gop finisca per sostenere la causa dell’indipendente Howard Schultz, che vuole proporre agli americani di percorrere una terza via, una del tutto indipendente dalle logiche partitiche. 

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