Nel nord del Libano sono riprese le proteste contro il governo e le nuove misure imposte per contrastare la diffusione del coronavirus nel Paese. In particolare, i manifestanti chiedono l’erogazione di sussidi per far fronte alle restrizioni e all’acuirsi della crisi economica. A partire dall’11, in Libano è stato infatti dichiarato lo stato di emergenza sanitaria, che ha comportato la chiusura di tutte le attività eccetto quelle essenziali, il divieto totale di spostamenti e l’imposizione del coprifuoco dalle 17 alle 5. Le misure dovrebbero restare in vigore fino all’8 febbraio, ma se la situazione non dovesse migliorare sarà necessario continuare a limitare spostamenti e servizi.
Il governo ha deciso di approvare restrizioni così forti a causa dell’aumento del numero di casi e per evitare il collasso del sistema sanitario libanese: ad oggi, più di 285mila persone sono risultate positive su una popolazione di 6 milioni di abitanti e almeno 2.477 sono morte a causa del virus. Il piano vaccinale, però, è ancora molto indietro, con l’arrivo delle prime dosi previsto per l’inizio di febbraio. Secondo quanto affermato dal ministro della Salute, l’obiettivo è quello di vaccinare l’80 percento della popolazione entro la fine del 2021.
Intanto le manifestazioni nelle città di Tripoli sono diventate via via più accese, fino a sfociare in veri e propri scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. I primi sono muniti di pietre e molotov, mentre la polizia ha risposto con idranti e proiettili veri, causando anche il ferimento di almeno 200 persone.
Come detto, la richiesta dei manifestanti è che il governo intervenga per aiutare i cittadini ad affrontare le difficoltà economiche derivanti dalla pandemia. Un problema evidenziato anche dal ministro ad interim per gli Affari sociali, secondo cui tre quarti della popolazione avrebbe bisogno dei sussidi statali per continuare a vivere. Il governo ha cercato di correre ai ripari iniziando ad erogare i primi assegni di circa 400mila lire libanesi al mese a più di 200mila famiglie, ma si tratta di una cifra non sufficiente alla luce dell’alto tasso di inflazione.
A pesare sulla capacità di reazione del governo è soprattutto l’impasse politica che va anti da più di un anno. Le proteste di ottobre hanno portato alla caduta della presidenza Saad Hariri, ma nessuna delle richieste dei manifestanti è stata realmente soddisfatta e l’ex premier può di nuovo contare sul sostegno di Usa e Francia.
Il senso di Tripoli
Il fatto che le proteste contro il Governo siano partite proprio da Tripoli fa sorgere alcune domande. Normalmente le manifestazioni di carattere nazionale si sviluppano nella capitale Beirut, come successo con le proteste contro la classe politica che hanno portato a fine 2019 alla caduta del governo Hariri e alle mobilitazioni apartitiche e non settarie nella piazza principale della città. Quando un moto di protesta parte invece da Tripoli – a maggioranza sunnita – o da Sidone – a maggioranza sciita – il sospetto è che la matrice delle manifestazioni sia di origine settaria.
I media libanesi a questo proposito parlano di movimenti “politicamente motivati”, mentre l’ex premier Hariri ha condannato le proteste scrivendo su Twitter che “alcuni potrebbero usare la sofferenza del popolo libanese e le difficili condizioni di vita per mandare un messaggio politico”. Il leader di Movimento Futuro, nonostante l’endorsement di Usa e Francia, non è ancora in grado di formare un nuovo governo a causa dell’opposizione del capo del Partito libero patriottico, Gebran Bassil.
Anche le proteste di maggio e giugno, iniziate proprio nelle città di Tripoli e Sidone, avevano presto assunto carattere settario, con i manifestanti che – pur protestando entrambe contro la crisi politica ed economica – hanno portato avanti istanze maggiormente legate agli interessi delle comunità di appartenenza. Eppure, le manifestazioni di carattere nazionale di fine 2019 chiedevano proprio il superamento delle divisioni settarie nel Paese e delle sue implicazioni sul sistema politico – oltre che sociale – libanese. Ad oggi, però, sono stati fatti ben pochi passi in avanti e lo spettro delle divisioni settarie continua ad aleggiare sulle proteste appena scoppiate nel nord.