Lo spettro della rivoluzione colorata sul Kazakistan

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Il Kazakistan, stato-chiave dell’Asia centrale e colonna portante dei progetti egemonici continentali di Russia e Cina, è in stato d’emergenza dal 5 gennaio ed è in stato di sedizione dalle giornate del 2 e del 3. Casus belli della crisi è stato il raddoppio brusco e fulmineo del prezzo del gpl, il carburante preferito degli automobilisti kazaki, che le frange più violente dei contestatori hanno utilizzato come pretesto per dare luogo ad un’insurrezione su larga scala, armata e velatamente golpistica.

Rivelatosi vano ogni tentativo di compromesso coi dimostranti – dal ripristino del prezzo di gpl precedente al repulisti nelle stanze dei bottoni –, ed emersi degli indizi a supporto della tesi di un’operazione di destabilizzazione diretta dall’esterno, la presidenza Tokayev, nella giornata del 5, ha richiesto ed ottenuto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Da quel giorno, complice anche l’inaugurazione di una linea basata sulla tolleranza zero nei confronti dei più facinorosi, la crisi è andata lentamente rientrando. Tra Mosca, Nur-sultan e Pechino, però, sarà parasonnia per (molto) tempo.

Gli ultimi sviluppi

Il 7 gennaio, sullo sfondo dell’arrivo in terra kazaka delle forze di mantenimento della pace dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha parlato dello stato dell’insurrezione ai membri del governo e ai colleghi del Consiglio di Sicurezza, di cui ha assunto la guida due giorni prima.

Secondo quanto affermato da Tokayev, in quello è stato un vero e proprio punto della situazione, lo stato della crisi, al 7 gennaio, sarebbe il seguente:

Una regia esterna?

Nello stesso comunicato viene spiegato, inoltre, che “un ruolo coadiuvante e, di fatto, istigatore […] è [stato] svolto dai cosiddetti media liberi e figure straniere”. Entità e personaggi di cui il presidente in carica non ha fornito i dettagli, ma di cui non è difficile risalire all’identità. Anche perché, eloquentemente, non si sono nascosti.

L’ex banchiere e fuggitivo Mukhtar Ablyazov, ad esempio, parlando da Parigi, si è autoproclamato capo delle proteste, ha dichiarato di coordinarsi coi riottosi quotidianamente e ha invitato l’Occidente ad intervenire allo scopo di impedire che la crisi avvicini ulteriormente Kazakistan e Russia. Ad arricchire il quadro dipinto dalla presa di responsabilità di Ablyazov, che sfata ogni dubbio circa il coinvolgimento di attori esterni nelle agitazioni, si aggiungono le dichiarazioni di Konstantin Kosachev, presidente della commissione Esteri del Consiglio federale della Federazione russa, secondo il quale per le strade kazake combatterebbero “miliziani di gruppi armati” provenienti dal Vicino e Medio Oriente e Afghanistan.



L’esistenza e l’evidenza di una regia esterna, più che altro alla luce delle affermazioni di Ablyazov, sembrano irrefutabili. E la velocità con cui le agitazioni si sono estese dalle periferie al centro, senza menzionarne la qualità organizzativa e l’armamentario, costituisce un altro indizio a favore della pista straniera. Ciò non toglie, comunque, che una società coesa, sviluppata ed equa è una società ignifuga, cioè a prova di rivoluzione colorata et similia. E quello che è accaduto in questi giorni ha mostrato alla presidenza Tokayev che il Kazakistan, nonostante gli indici di benessere più elevati dell’Asia centrale, non ha ancora raggiunto la maturità, tantomeno l’unità e la prosperità necessarie a rendere il sistema impermeabile alle velleità intrusive e alle operazioni di disturbo altrui.

Oggi è Nur-Sultan a esplodere per il carovita, ma ieri fu Santiago del Cile, e domani potrebbero essere Mosca e Pechino. Perciò gli eventi di questo mese, è più che certo, verranno analizzati attentamente dai due custodi dell’Asia centrale, che nei modelli dell’autocrazia illuminata e della dittatura benevola hanno trovato un’alternativa alla liberal-democrazia occidentale e che oggi, però, si trovano obbligati a riconoscerne i limiti.