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Stiamo vivendo in un’epoca storica che segna il passaggio, o per meglio dire il ritorno, dello spirito sovranista, recuperato e ridimensionato per adattarsi alle nuove esigenze della contemporaneità. Questo spirito, che non si limita alla politica propriamente detta, si estende a tutti gli ambiti di una nazione essendo di fatto una nuova weltanschauung, e tra questi ci sono gli accordi internazionali sulla navigazione, si essa marittima o, in questo caso, aerea con particolare attenzione alla definizione di spazio aereo.

Potrà sembrare di poco conto, ma la definizione di spazio aereo e la sua conseguente regolamentazione è fondamentale nel quadro dei rapporti tra le nazioni e, data la natura del mezzo in questione, non di facile risoluzione. 

Il cambio di paradigma

L’avvento di Trump alla Casa Bianca ha sicuramente dato un ulteriore, e forse definitivo, scossone alla rivoluzione già in atto. Il suo discorso alle Nazioni Unite del 25 settembre scorso in cui ha rigettato la “ideologia del globalismo” abbracciando la “dottrina del patriottismo” in cui le Nazioni si devono difendere da “minacce alla propria sovranità” portate da “una gestione globalista” e da altre forme di “dominio e coercizione” ha scatenato l’ilarità di parte dei presenti in quel consesso mondiale, ma fondamentalmente è stata fraintesa e sottovalutata.

Gli Stati Uniti sono infatti usciti dalla logica globalista non tanto in funzione di un riconoscimento del sovranismo altrui, quanto per una legittimazione del proprio pur sempre in una nuova chiave “imperialista”. Pertanto la lotta si è spostata dal piano “globalismo contro sovranismo” al piano di “sovranismo contro sovranismo”. L’esempio più vicino a noi è dato dall’Europa che è contesa tra Russia e Usa per questioni energetiche con Mosca e Washington che soffiano sul fuoco del sovranismo allo stesso modo con l’intento di voler spezzare l’unità dell’Europa: così gli Stati Uniti corteggiano l’Italia in funzione anti-russa sapendo della nostra volontà di diversificazione delle fonti energetiche, e la Russia corteggia la Germania che si vuole proporre come hub gasiero per l’Europa proprio in concorrenza con noi. 

Se diamo uno sguardo al panorama globale, possiamo notare che Washington, se è pur vero che vuole rigettare l’approccio globalista, dall’altro ci resta sempre legata quando si tratta di confrontarsi con i propri avversari politici e commerciali.

Il controllo degli spazi 

Qui entrano in gioco gli spazi, che siano marittimi e aerei, dove gli Usa continuano a propugnare il principio della “libertà di navigazione”, che si può considerare come uno dei cardini del globalismo, e che si espleta però in modo diverso a seconda che si tratti dei mari o dell’aria.

Dal punto di vista marittimo esistono delle codificazioni che, per quanto abbastanza aleatorie, sono riconosciute da quasi tutti gli Stati e che, oltre a permettere la navigazione, stabiliscono i limiti delle zone di esclusività economica (definite con l’acronimo inglese Eez). 

In quest’ambito lo scontro di sovranità viene a nascere quando una nazione, come la Cina, decide unilateralmente di dichiarare come appartenenti all’ambito delle propria territorialità le acque delle isole del Mar Cinese Meridionale o Orientale, in seguito alla rivendicazione del controllo sui mari compresi in quella che si chiama Nine Dash Line

La risposta americana è sempre stata, ed è tutt’ora, quella del far valere il principio di libera navigazione e di accesso ai mari interni seguendo rotte che possono anche sconfinare nelle acque territoriali vere e proprie secondo il principio che, semplificando, potremmo definire del “tragitto più breve”.

Una logica continuata da Trump proprio per la questione del Mar Cinese Meridionale che sembra essere in contrasto col principio dell’abbandono dello spirito globalista.

Per quanto riguarda la navigazione aerea il gioco è ancora più delicato: esistono precise norme codificate dall’Icao (Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile) per quanto riguarda il traffico civile e militare. Norme che sono state implementate in modo più restrittivo a seguito di incidenti come l’abbattimento del volo Korean Air 007 da parte di un Sukhoi Su-21 sovietico nel 1983. 

Col termine della Guerra Fredda tali restrizioni sono venute meno proprio seguendo una chiave di lettura globalista o liberale, se vogliamo, con gli Stati Uniti a farsi alfieri della libertà di sorvolo da parte di qualsiasi velivolo. Il trattato “Cieli Aperti” stabiliva infatti “mutue ispezioni aeree” per controllare il disarmo delle controparti degli ex blocchi. 

Anche da questo punto di vista però gli Stati Uniti sembrano voler fare marcia indietro. Trump infatti il 13 agosto scorso ha siglato un provvedimento che fa cessare l’elargizione di fondi per il programma “Cieli Aperti” e sta espressamente cercando di ostacolare la Russia dal parteciparvi.

La chiave di lettura resta sempre quella di una ipocrisia di fondo. Se da un lato gli Stati Uniti agiscono in funzione del recupero della sovranità dello spazio aereo in senso stretto, dall’altro, sempre quando si devono confrontare con Russia o Cina, rivendicano il diritto della libertà di sorvolo e denunciano i tentativi di “chiusura” degli spazi aerei.

Proprio Pechino è infatti intervenuta in tal senso per quanto riguarda il Mar Cinese Orientale istituendo una Adiz (Aircraft Defence Identification Zone) al di sopra dello spazio di mare interessato provocando una dura reazione statunitense in seno all’Onu proprio secondo il principio della libertà dei cieli. 

Principio che stride con la politica di ritorno alla sovranità territoriale in ampio senso (marittima e aerea) propugnata da questa amministrazione americana. 

A ben vedere la mossa cinese non ha scopi difensivi, ma è funzionale all’estensione del proprio controllo su quei mari proprio secondo le linee di principio del sovranismo, questa volta in chiave espansionistica. La stessa Cina, sebbene non abbia fatto altrettanto per le isole del Mar Cinese Meridionale, ha comunque posizionato alcuni asset militari nell’arcipelago delle Spratly e ha costruito basi nelle Paracelso in grado di ospitare bombardieri proprio in chiave di interdizione aerea e marittima, ovvero creando un primo abbozzo di quelle bolle difensive che rientrano nel concetto di Anti Access / Area Denial (A2/AD).

Quella cinese non è l’unica disputa

Si penserà che si tratti solo di una questione limitata geograficamente all’estremo oriente data l’importanza che ha assunto quel teatro nel corso dell’ultimo decennio, invece lo stesso modus operando è ormai diffuso globalmente.

Recentemente il Qatar è stato messo al centro di sanzioni da parte dell’Arabia Saudita ed altri Paesi facenti parte del Gcc (Gulf Cooperation Council) proprio a seguito della visita di Trump a Riad in occasione della conferenza sul terrorismo internazionale di matrice islamica. 

Da quel momento uno dei provvedimenti subiti da Doha è stato quello di vedere lo spazio aereo di Arabia Saudita, Emirati Arabi ed altri stati del Golfo, escluso l’Iran, proibito ai velivoli battenti bandiere dell’emirato. Un provvedimento che è stato possibile prendere in base alle lacune delle normative Icao, e proprio sulla scorta di questo cambio di paradigma globale.

Lo stesso problema di sovranità degli spazi aerei e del loro utilizzo si è avuto in occasione dell’annessione della Crimea da parte della Russia, che ha provocato le rimostranze dell’Ucraina che considera ancora la penisola come appartenente al proprio territorio. Un problema che riguarda non solo la navigazione aerea ma anche quella marittima in quanto ci si è venuti a trovare in una situazione dove il Mar d’Azov è diviso dal Mar Nero da uno stretto ora controllato dalla Russia ma pur sempre è considerato giuridicamente come “mare interno” dall’Ucraina. Basta dare uno sguardo alla carte geografica per capire il problema.

Un problema non da poco e da risolvere in quanto la Russia potrebbe decidere, unilateralmente, di chiudere accessi marittimi e spazi aerei proprio in forza del rinnovato spirito sovranista causando così ulteriori attriti con Kiev.

La difficoltà intrinseca di definire lo spazio aereo

La difficoltà principale quando si parla di spazio aereo non è tanto l’estensione territoriale in senso orizzontale, quanto quella in senso verticale.

Stabilire dei confini verticali oltre i quali le rivendicazioni di sovranità sono irrilevanti risulta molto delicato in quanto lo spazio sfugge a qualsiasi tipo di normativa in questo senso per sua stessa definizione.

Risulta chiaro che con l’avvento dei satelliti il concetto di “sorvolo di territorio sovrano non autorizzato” risulta alquanto aleatorio ed alcune nazioni, tra cui la Cina, hanno in passato obiettato che secondo questo principio anche la normale navigazione aerea dovrebbe essere libera. Concetto che sembra essere stato abbandonato da Pechino recentemente, come abbiamo visto, ma che forse risulta far parte solo dell’ipocrisia di fondo degli Stati quando trattano di dispute territoriali.

L’unico passo per cercare di dare un abbozzo di legislazione allo spazio è stato fatto nel senso della militarizzazione con l’Outer Space Treaty che però, essendo troppo generale, non risolve né la questione del posizionamento di armi convenzionali nello spazio o di quelle laser, né ovviamente proibisce il sorvolo ad asset militari di vario tipo, ma va solamente a stabilire il principio dell’impossibilità di rivendicare la sovranità sullo spazio esterno e altri oggetti celesti come la Luna. 

La stessa definizione di spazio esterno è talmente aleatoria che risulta impossibile dare una quota al di sotto della quale si possa inequivocabilmente affermare che si tratti di spazio aereo nazionale. 

 

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