Dallo scorso novembre, come risultato della seconda guerra del Karabakh, l’Azerbaigian ha ripristinato la sua sovranità sui territori rimasti sotto occupazione dell’Armenia per circa 30 anni. Quest’anno, per la prima volta dal 1992, il Paese ha potuto riportare la festività del Novruz a Shusha. L’esito favorevole della guerra, che ha condotto al recupero dei distretti perduti nei primi anni Novanta e all’arrivo in loco degli operatori della pace russi, ha fatto sì che il presidente Ilham Aliyev formulasse in tempi record una tabella di marcia per l’amalgamazione infrastrutturale dei territori liberati e anche dell’exclave di Nakhchivan alla casa madre, Baku.

Come nel caso del Nakhchivan, dove la dirigenza armena sta rallentando volutamente i lavori per la realizzazione del corridoio di Zangezur, anche qui, nei territori liberati, il ritorno alla normalità e il concretamento dei piani postguerra stanno venendo messi alla prova dalla reticenza armena nel collaborare in un settore fondamentale: lo sminamento del territorio.

La questione mine

Sono passati più di tre mesi dalla fine della seconda guerra del Karabakh e l’Armenia non ha ancora consegnato all’Azerbaigian le mappe dei territori liberati, che sono stati riempiti di mine prima e durante il conflitto. La riluttanza, pensata per procurare fastidi a Baku, sta creando complicazioni rilevanti anche a Mosca: oltre 17mila esplosivi neutralizzati da dicembre a metà marzo e casi di morti e feriti tra gli operatori della pace russi durante gli sminamenti.

La situazione non è più rosea dal lato azerbaigiano: da metà novembre a metà marzo vi sono stati dodici morti e quattordici feriti tra i civili, ossia tra la gente comune, che risiede stabilmente nei territori liberati. Vivere nei distretti azerbaigiani liberati, in breve, continua ad essere estremamente rischioso nonostante la guerra sia finita: gli abitanti, infatti, sono costretti a fare i conti con un territorio che non conoscono e nel quale ogni passo potrebbe essere l’ultimo.

La società civile azerbagiana chiede sicurezza

Non sorprende, alla luce dei numeri, che la società civile azerbaigiana si sia mobilitata – e non soltanto a livello nazionale – con l’obiettivo di coartare l’Armenia a produrre le mappe necessarie allo sminamento. Nei giorni scorsi, ad esempio, i direttori delle principali entità della società civile azerbaigiana coinvolte nella tematica hanno firmato un appello indirizzato alla comunità internazionale ed elaborato con il duplice obiettivo di creare sensibilità attorno all’argomento ed aumentare le pressioni dall’alto e multilivello su Erevan.

Il documento, recante le firme dell’International Eurasia Press Fund, dell’Associazione azerbaigiana delle vittime delle mine, della Campagna per la messa al bando delle mine, della NGO “Dayag” e dell’Unione pubblica “Assistenza nella risoluzione dei problemi socio-economici delle vittime delle mine”, è stato inoltrato, tra gli altri, a Segretariato generale delle Nazioni Unite, Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Consiglio d’Europa ed Unione europea.

La posizione dell’Italia

L’Italia, che sta partecipando attivamente alla ricostruzione dei territori liberati dell’Azerbaigian ed è il partner numero uno dell’Azerbaigian in innumerevoli settori, non è rimasta sorda agli appelli provenienti dalla società civile azera.

Nella giornata del 2 marzo, la Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati ha adottato una risoluzione avente come oggetto la questione mine e nella quale si rammenta a Erevan che Baku ha rispettato ogni punto della dichiarazione trilaterale del 9 novembre e si chiede alla prima di agire in maniera costruttiva ai fini del mantenimento della pace e del benessere dei civili. Agire in maniera costruttiva significa, tra le varie cose, consegnare le mappe dei territori liberati che possibiliterebbero una loro messa in sicurezza in tempi rapidi e, soprattutto, in maniera indolore, ovvero senza ulteriori vittime (innocenti).

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY