Il settore dell’automobile è uno dei più interessanti per comprendere le linee di tendenza dell’economia globale. Settore ad alto potenziale occupazionale, espressione stessa del tessuto industriale di una nazione ma anche della globalizzazione economica, in quanto caratterizzato da una catena del valore transnazionale, quello dell’automobile risulta uno dei più sensibili alle perturbazioni della geoeconomia e, al tempo stesso, dei cambiamenti tecnologici riguardanti i prodotti o le filiere produttive.

L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha interessato notevolmente gli sviluppi recenti del mercato automobilistico e, al tempo stesso, del sottostante tessuto produttivo. Trump è stato portato alla Casa Bianca dai voti dei forgotten men degli Stati operai (Ohio, Pennsylvania, Michigan, Winsconsin) colpiti dalla deindustrializzazione e dal tracollo dell’industria automobilistica nazionale imperniata su Ford, General Motors e Chrysler promettendo un ritorno della produzione nelle sue antiche sedi e la protezione del mercato nazionale attraverso misure protezionistiche.

Quanto promesso da Trump fatica ad avverarsi. Anche in un contesto che vede l’economia americana richiedere un numero di lavoratori superiore a quello dei disoccupati, i distretti risultati decisivi per la vittoria di Trump faticano a decollare. La recente decisione di General Motors di chiudere diversi stabilimenti nel Paese ha allarmato la Casa Bianca, ora pronta a cambiare strategia, complice la constatazione dei principali vulnus dell’industria americana dell’automobile: il ritardo vistoso sotto il profilo tecnologico, l’eccessiva finanziarizzazione delle aziende che ha compresso nuovi investimenti produttivi e l’eccesso di concorrenza estera nei segmenti più sviluppati che ha portato le produzioni nazionali a concentrarsi sulle nicchie inferiori di mercato. Per risolvere queste manchevolezze, Trump ha avviato un dialogo aperto con quelli che inizialmente sembravano i grandi nemici della sua battaglia: i colossi tedeschi dell’automobile.

Il gotha dell’automobile tedesca a colloquio con Trump

Il 4 dicembre scorso, alla Casa Bianca, Trump ha ricevuto Herbert Diess (Ceo Volkswagen), Dieter Zetsche (presidente Daimler) e Nicolas Peter (capo finanziario Bmw), che in precedenza avevano avuto modo di colloquiare con il Segretario al Commercio Wilbur Ross e con Robert Lighthizer, l’architetto dell’offensiva commerciale dell’amministrazione.

Come ha scritto Italia Oggi, per i motivi sopra citati “l’industria dell’automobile statunitense non è competitiva e, qualora ottenesse l’abolizione dei dazi, troverebbe domanda minima per i suoi prodotti nel mondo. Per renderla competitiva (e fattore sia di lavoro qualificato sia di potenza) il centro strategico americanista, probabilmente, ha deciso di conquistare l’industria tedesca che è prima per qualità nel pianeta. L’ipotesi è corroborata dalla natura molto politica della trattativa diretta tra Casa Bianca e Volkswagen, Daimler Benz e Bmw”, portata avanti in maniera autonoma dalle volontà del governo tedesco, che ha fatto fatica ad ottenere la presenza del suo ambasciatore agli incontri detti sopra.

Trump punta a un conglomerato tedesco-americano dell’automobile?

Inaspettatamente, Trump potrebbe dunque ritornare indietro rispetto alla strategia offensiva che gli Usa hanno impostato nei confronti dell’industria dell’automobile tedesca a partire dall’era Obama (fu proprio dagli Usa che scattò lo scandalo “Dieselgate” di Volkswagen) per impostare una linea di condotta capace di unire il “bastone” dei dazi contro Berlino alla “carota” dell’apertura alle sue majors.

Con questo piano, segnala BloombergTrump punta a “ridurre il deficit commerciale da 30 miliardi di dollari nel settore dell’automobile con la Germania aumentando la produzione interna agli Stati Uniti” e Diess si sarebbe già detto disponibile a costruire un secondo impianto negli Stati Uniti, “nonostante la compagnia non abbia ancora raggiunto la piena capacità produttiva nel suo stabilimento in Tennessee”.

Volkswagen, del resto, è all’avanguardia nell’adeguamento alle condizioni che si prospettano nell’era Trump. Di recente, ha deliberato 3,3 miliardi di dollari di investimenti per il 2020 che seguiranno la fine del ciclo 2015-2019 caratterizzato da un esborso di 7 miliardi di dollari. Le attività del gruppo negli Usa, nel 2017, hanno generato un giro d’affari da 29 miliardi di dollari e del resto, nel complesso, già da alcuni anni l’industria tedesca dell’automobile rifornisce il mercato americano con un numero di veicoli maggiore di quello delle vetture importate dalla Germania.

Uno sguardo alla Cina

La guerra globale dell’automobile va via via risolvendosi, e bisogna considerare il fatto che la mossa di Trump e l’apertura dell’industria tedesca giungono in concomitanza con la mossa della Cina di abbassare al 15% i dazi sulle vetture provenienti dagli Stati Uniti.

Le tedesche Bmw e Daimler rappresentano le aziende automobilistiche che producono negli Stati Uniti il maggior numero di vetture destinate al mercato cinese. Questo perché i limiti tecnologici dell’automobile statunitense e la sua debolezza nel campo commerciale la rendono un prodotto meno appetibile all’estero. Rafforzare la presenza dei colossi tedeschi negli Usa è dunque funzionale anche alle politiche commerciali americane, che puntano a una riduzione del deficit tanto nei confronti della Germania quanto nei confronti di Pechino.

E del resto, scrive la Cnbc, “lo scorso anno la Bmw ha esportato in Cina 65mila vetture prodotte nello stabilimento di Spartanburg, South Carolina”, il più grande impianto del gruppo nel mondo, mentre la Mercedes è stata all’altezza della concorrente con 57mila  automobili assemblate in Alabama. Investire negli Stati Uniti, per l’impero tedesco dell’automobile, è dunque un obiettivo strategico, che potrebbe essere tuttavia messo a repentaglio nel caso in cui Trump decidesse di mantenere gli elevati dazi sulle importazioni di alluminio (10%) e acciaio (25%) essenziali nell’industria dell’automobile. Ma la situazione è in movimento: bisognerà solo vedere quanti degli effetti di questa manovra ad ampio raggio coinvolgeranno gli elettori che nel 2016 hanno votato Trump sperando nel rilancio delle aree industriali della Rust Belt.