Venerdì inizia la visita ufficiale di Angela Merkel a Washington, pochi giorni dopo i colloqui avuti tra il presidente francese Emmanuel Macron e lo stesso tycoon alla Casa Bianca. 

Oggi Germania e Stati Uniti, rispetto ad un anno fa, sembrano lontanissimi. Se appena dopo l’elezione di Trump, la Germania sembrava incontrare le idee del magnate a Washington, oggi la distanza tra Berlino e l’America sembra aumentata, se non altro, politicamente. La ragione, probabilmente, risiede anche nella destabilizzazione della leadership di Frau Merkel in Germania, dopo sei mesi di assenza dalle scene per risolvere il problema della stabilità di governo. Oggi la Merkel sembra aver assunto un ruolo secondario rispetto a Macron, nei rapporti esterni tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Alla cancelliera tedesca, infatti, il presidente americano concederà un’udienza di circa 150 minuti, 2 ore e mezza, decisamente poco per intavolare tutta la miriade di questioni che la fitta agenda internazionale oggi richiede di affrontare. Una fra tutte, sicuramente, sarà anche la questione sull’accordo JCPOA, il famoso deal sul nucleare dell’Iran, tanto voluto dalla vecchia leadership americana, oggi destinato alla deriva. Se già Macron non è riuscito a persuadere Trump della bontà dell’accordo, neanche la Merkel guadagnerà il consenso del tycoon, visti anche gli attuali pessimi rapporti tra i due. 

Ciò è indice di due importanti aspetti: Trump oramai non vede più la Germania come primo interlocutore europeo di Washington, scalzata da un abile quanto brillante Macron, anche in controtendenza rispetto all’usuale attrito tra Parigi e Washington, soprattutto sull’accidentato terreno della Nato. Il secondo aspetto, assai rilevante, ci fa notare come Trump voglia ancora far vedere che non esiste leader in Europa che sia in grado di imporre la propria volontà alla Casa Bianca. E questo è un grande svantaggio per l’Europa, sebbene ciò non ci debba sorprendere più di tanto. 

La freddezza dei rapporti tra Washington e Berlino si esplica anche sul terreno della diplomazia, visti anche i ritardi nella nomina del nuovo ambasciatore statunitense in Germania, Richard Grenell, che ha ricevuto il benestare del Senato da pochissimo tempo, mentre il Bundestag ha da poco cambiato i vertici della missione diplomatica negli Usa. 

In effetti, tanti sono oggi i terreni di scontro su cui Usa e Germania ampliano la forbice della convergenza. Primo tra tutti, la questione Nato e i rapporti con la Russia. Se un anno fa Trump pensava sul serio di allentare la presa della Nato in Europa, oggi è indispettito dal comportamento di Berlino, che ha uno dei tassi di spesa militare più bassi all’interno dell’alleanza, ma soprattutto ha mantenuto le distanze rispetto alla decisione di un intervento militare in Siria, cosa che invece Macron ha abbracciato senza troppi ripensamenti. 

Il rapporto con la Russia, in questo senso, gioca un ruolo piuttosto rilevante. Sebbene la Merkel e Putin non siano per niente in buoni rapporti, oggi la Germania si pone in prima linea per essere dispensata dalle sanzioni alla Russia, caldeggiando una proroga o addirittura una sospensione delle sanzioni su Rusal, il colosso dell’alluminio russo; anche, e soprattutto, nell’ottica del raddoppio del gasdotto North Stream, che aumenterebbe la dipendenza tedesca e dell’Europa settentrionale dal gas venduto da Gazprom

In tal senso, infatti, è pronta a partire una guerra commerciale con gli Stati Uniti, che difendono la propria posizione protezionista, una chimera in uno scenario di ultra-liberismo come quello attuale. Il terreno delle sanzioni alla Russia è piuttosto cedevole, e visti i numerosi aspetti che metterebbero in crisi l’industria europea, si prevedono mesi di intensa lotta politica e commerciale affinché le posizioni di giganti dell’auto come Volkswagen vedano difesi i propri interessi. 

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