Il 23 luglio è vicino, e a pochi dal testa a testa televisivo tra Boris Johnson e Jeremy Hunt, i bookmaker britannici puntano sul primo come futuro premier e leader dei Tory.

In quella data, infatti, si scoprirà se la maggioranza dei circa 160mila iscritti al Partito Conservatore avrà eletto l’ex sindaco di Londra candidato ideale a reggere le sorti del Paese.

Una campagna elettorale tutta in discesa quella del controverso e carismatico Boris Johnson, figlio dell’upper-class britannica con studi ad Eton ed Oxford, amato per il suo anticonformismo ed il suo impegno per i diritti civili, ma noto per l’inclinazione alla gaffe ed all’uso di un linguaggio non sempre politically correct . Una campagna elettorale iniziata con le dimissioni di Theresa May in uno dei momenti più delicati nella storia dei Tory, partito lacerato da dissidi e dissensi.

Johnson, oggetto di una vera e propria sovraesposizione mediatica per le ultime vicende della sua vita privata, nel tentativo di guadagnare maggiori consensi ha promesso ai sudditi di Sua Maestà di tutto, a cominciare dall’abbandono dell’impopolare politica dell’austerity, gravata sinora in larga misura sulla classe media britannica. Il suo è un programma di governo fondato sull’ottimismo, inteso a rassicurare un elettorato timoroso di nuove elezioni politiche; elezioni che potrebbero risolversi con il trionfo dell’avversario laburista Jeremy Corbyn, se non addirittura con una vittoria a sorpresa del partito di Nigel Farage.

In un panorama politico così composito c’è da chiedersi che tipo di interlocutore rappresenterebbe Boris Johnson per l’Europa in caso di vittoria. Probabilmente si presenterebbe come un leader a capo di un paese alla ricerca di una nuova identità e di un nuovo ruolo nello scacchiere diplomatico internazionale.

Difficile immaginare che con Johnson, euroscettico convinto, la Brexit venga portata a termine entro il 31 ottobre in modo indolore. Più realistico appare invece attendersi una serie di stalli e di accordi mancati con l’Unione Europea, soprattutto sul problematico nodo del confine irlandese, che segnerebbe la linea di demarcazione tra Ue e Regno Unito, un confine che, se concepito in modo rigido, potrebbe rinfocolare i mai sopiti desideri di riunificazione con la Repubblica da parte della riottosa Irlanda del Nord ed incoraggiare il nazionalismo scozzese, innescando una reazione a catena perversa dai potenziali effetti disastrosi per l’unità del paese.

Altro tema con cui il politico neoeletto dovrà fare i conti sarà quello dell’immigrazione. Ciò che è difficile da accettare per una Gran Bretagna dalla lunga e consolidata tradizione democratica è scoprirsi invece un paese chiuso e diffidente.

Provate a chiedere a chi ha votato per la Brexit la motivazione del voto e vedrete che le risposte saranno sempre le stesse: la necessità di porre un limite al flusso incontrollato dell’immigrazione europea ed extra-europea ed il desiderio di non essere più soffocati da una burocrazia comunitaria percepita come egemonizzata “dall’asse Parigi-Berlino”.

Lo scenario che ne consegue è quello di un Regno Unito complesso e contraddittorio che, se per un verso presenta crescenti insofferenze e tensioni sociali nei grandi centri, risulta tuttavia vitale a livello commerciale, scientifico e tecnologico. Un paese che ambisce a nuovi sbocchi nell’economia globale tanto da stipulare accordi bilaterali con paesi extra-europei (ultimo quello con la Corea del Sud), al fine di assicurarsi mercati alternativi in vista dell’uscita dall’Unione Europea.

Un paese nostalgico di un prestigio che sembra ormai irrimediabilmente compromesso nello scacchiere diplomatico. Non ci sorprende, allora, a dispetto delle accuse di ambizione personale e di inconsistenza del programma politico, una leadership come quella di Boris Johnson che, almeno agli occhi dei suoi elettori, irradia sicurezza e fiducia nel futuro e promette di rilanciare l’economia, consentendo al paese di superare il rischioso isolamento a cui gli incerti rapporti con l’Unione Europea sembrerebbero condannarlo.