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Colpo di scena nel bel mezzo dell’ennesimo episodio della saga giudiziaria di Donald Trump. La Corte d’Appello di New York ha infatti deciso di concedere a The Donald uno sconto sulla cauzione stellare da 464 milioni di dollari che avrebbe dovuto sborsare entro il 25 marzo. La Corte della Grande Mela, infatti, ora gli concede uno sconto da record (dovrà solo 175 milioni) e una dilazione di ben 10 giorni.

Perché Trump deve versare la cauzione?

Breve recap: il 19 marzo scorso, all’ormai candidato del Gop alla Casa Bianca era stato intimato di versare per intero la suddetta cifra, condanna per i suoi reati fiscali, a titolo di cauzione in attesa del ricorso in appello nel processo per frode che Trump e la sua prole stanno affrontando per aver gonfiato gli asset del loro impero. La somma, dunque, serve -al di là di chi la versi (Trump o società disposte a fargli da garante)- a “scontare” la condanna qualora perda in appello. L’onta più grave per un robber baron-come amano dire gli americani-che ha fatto della sua scalata ai miliardi il fondamento della propria credibilità, anche politica. Poco importa che qualcuno lo consideri la mente dietro i fatti di Capitol Hill, complice di una frode elettorale o stupratore, l’accusa più grave per il magnate è quella di non essere tale. Soprattutto se a puntargli il dito contro è una corte newyorkese, cuore della giungla finanziaria mondiale.

L’ultimatum del 25 marzo

Ma torniamo allo sconto. Gli avvocati di Trump e i suoi consulenti, di fronte alla richiesta fuori dal comune, avevano dichiarato l’impossibilità materiale di disporre di tale liquidità, con l’aggravante di uno stuolo di grosse società finanziarie che si erano rifiutate di fornire supporto, non accettando come garanzia i beni immobili del tycoon. Così erano stati concessi al magnate appena sei giorni di tempo, tra una finta primaria e l’altra, per trovare la cifra necessaria. Trascorsa questa settimana senza esiti, la procura di New York avrebbe proceduto d’ufficio al pignoramento degli immobili dell’ex presidente e dei suoi conti bancari. Un’ipotesi che aveva scatenato il toto-proprietà, tentando di capire a quali immobili sarebbe toccato: una delle tante Trump tower? L’immodesta magione di Mar-a-Lago? La sequela di campi da golf sparpagliati per il Paese? Scene tragicomiche si profilavano all’orizzonte, ghiottissime per la stampa ma anche per il clan dei Trump, pronto ad attaccarsi ai rubinetti d’oro zecchino o a nascondersi nelle tasche i bijoux della signora Melania. Ma chi sperava di vedere Trump nei panni di Totò ne Il monaco di Monza, difendendo strenuamente i suoi beni, è rimasto deluso.

Resta però che, qualora perda in appello, dovrà comunque versare l’intera cifra (464 milioni): decisione che, presumibilmente, giungerà soltanto dopo le elezioni di novembre. Inoltre, sconto fra gli sconti, è stata ritirata la misura restrittiva che impediva a Trump e figli di gestire affari in quel di New York per i prossimi tre anni. In soldoni, una vittoria su tutta la linea. Almeno per il momento.

Uno sconto inaspettato: perché?

Il calcolo è semplice: 464-175 fa 289. Duecentottantanove milioni di dollari sui quali la procura di New York ha scelto di soprassedere, quando invece, appena una settimana fa, apparivano una cifra imprescindibile. Cosa è successo nel frattempo? Perché questo assist che ora permette a Trump di affrontare, ringalluzzito, il resto del processo? Pur trattandosi, ricordiamo, di un passaggio verso una sentenza d’appello che può ribaltare l’accusa di frode, lo sgonfiamento della misura nei confronti del leader Maga ora gli permette di evitare un esborso ingente di liquidi (Trump si era dichiarato capace di versare fino a 500 milioni cash), continuare a tutelare il proprio regno immobiliare e puntare il dito contro l’odiata procuratrice Letitia James, rea a suo dire di una crociata contro di lui.

Quello che però New York gli restituisce, New York si riprende: è notizia di oggi la scelta del prossimo 15 aprile come data dell’udienza per il processo per il così detto “Hash money“, ovvero il caso legato ai denari sottobanco alla pornostar Stormy Daniels per pagare il suo silenzio. Un caso che nel Paese dello scandalo Lewinsky tornerà a solleticare il voyeurismo dell’America bacchettona.

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