Arriva il 3 ottobre e parte lo sciopero generale convocato dall’Unione Sindacale di Base (Usb) e dalla Cgil contro i massacri in Palestina e l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla da parte di Israele. Ma quel che non si è fermata è la mobilitazione del Paese che, sostanzialmente, è proseguita dalla notte del 1° ottobre in avanti. Non è difficile affermare che lo sciopero generale sia un sottoinsieme della più vasta mobilitazione per la Palestina.

La mobilitazione prima dello sciopero generale
Dopo la notte spontanea di mercoledì, quella di ieri è stata una giornata con molti episodi importanti, iniziata con l’occupazione della Statale di Milano e della Stazione di Cadorna, proseguita con manifestazioni a Roma, Bologna, Torino, qui giunte fino all’Aeroporto di Caselle, con i flash mob di medici agli Spedali Civili di Brescia, dove è stata occupata anche la stazione, con l’ingresso dei manifestanti sulla A4 al casello di Bergamo, nel mezzo di una delle arterie d’Italia.
Lo sciopero si inserisce in un canovaccio ampliato: quello in corsa è qualcosa di più ampio di un moto politicizzato, è la manifestazione di un vento culturale di stanchezza e insoddisfazione che si genera dal percepito squilibrio tra realtà e narrazione sulla causa di Gaza e si estende a toccare molti altri temi, dal rapporto tra guerra e pace nella società contemporanea a quello tra diritti e libertà nell’odierno Occidente.
Il “Blocchiamo Tutto” all’italiana per Gaza
Il tentativo del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini di fermare lo sciopero nei trasporti con la precettazione è parso simile a quello di chi vuol fermare un muro d’acqua con le mani. Come dicevamo, è molto di più di uno sciopero generale, ma un’eruzione. Il riferimento culturale è quello francese: “Blocchiamo Tutto“. La Francia si conferma Paese capace di creare immaginario culturale e metapolitico.

La piazza italiana ne adotta visioni e prospettive a meno di un mese dalla maxi-mobilitazione del 10 settembre, ed è anche la prima, grande mobilitazione della generazione Z, degli universitari, dei principali fruitori dei contenuti che ogni giorno fanno conoscere, con una sequela di drammi, lo sterminio palestinese.
Un nuovo vento culturale e la Generazione Z
A suo modo, con tutte le sue semplificazioni e ingenuità ma con una genuina partecipazione che merita indubbia attenzione e analisi, è la versione XXL delle mobilitazioni per il clima che furono il colpo di coda della Generazione X. Mentre i giovani del mondo sono in rivolta ovunque, dal Madagascar al Nepal, dal Marocco all’Indonesia, ecco che anche in Italia la questione generazionale, indubbiamente, emerge.
Il vento culturale in Italia soffia in una direzione precisa. Politico.eu lo ha spiegato ai suoi lettori paneuropei: “Le grandi manifestazioni, gli scioperi e i blocchi stradali dei lavoratori portuali delle ultime settimane hanno dimostrato la profondità del sentimento pubblico italiano contro la guerra di Israele a Gaza, mentre i sondaggi hanno mostrato un enorme sostegno agli attivisti marittimi”.
Aspettative e realtà
Lo iato tra sentore comune e narrazione mediatica, su Gaza, è colossale. La politica viene a ruota: se certamente gli scioperanti e i manifestanti hanno di che dire verso il governo di Giorgia Meloni, definire “di opposizione” questo moto per Gaza sarebbe riduttivo. Quello in piazza non è un popolo di destra o di sinistra che vuole farsi incasellare. Ma è un popolo che chiede ascolto per le sue ansie e paure.
Francesco Gesualdi lo ha ben scritto su Avvenire, le manifestazioni sono di fatto un grande voto di sfiducia: “Il doppio standard verbale, morale e politico, che da un paio di anni si è affermato in Europa, per cui lo stesso tipo di gesto è ora condannato, ora approvato, a seconda se a commetterlo è uno Stato amico come Israele o nemico come la Russia, genera nell’opinione pubblica uno sconcerto tale da indurla a bollare come ipocrita l’intera classe politica, rinunciando a qualsiasi forma di partecipazione” che non sia quella direttamente legata alla possibilità di far sentire la propria voce. Come trasformare questo moto in fiducia e spinte costruttive sarà una grande domanda per politica e mondo culturale negli anni a venire.
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