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Francia, Germania, Regno Unito e Giappone. Sono questi i Paesi con cui l’amministrazione Biden ha voluto avviare i primi contatti diplomatici dopo l’insediamento del nuovo presidente. Ed è un doppio segnale che arriva da Washington: da una parte le priorità strategiche dell’America; dall’altra l’assenza evidente dell’Italia dai piani della Casa Bianca. Almeno in un primo momento post-transizione.

La nota della Casa Bianca è molto netta. Nel documento pubblicato dall’amministrazione si legge che Jake Sullivan “ha sottolineato la volontà dell’amministrazione Biden di rafforzare l’Alleanza transatlantica ed affermare la nostra disponibilità a lavorare con gli alleati europei per una serie di priorità condivise, comprese le questioni relative a Cina, Iran e Russia”. E per questo dossier, Washington sembra aver scelto Parigi e Berlino per l’Unione europea, il Regno Unito per confermare l’asse atlantico, mentre Tokyo è la prescelta per il fronte del Pacifico.

Una scelta precisa che indica anche quale possa essere la strategia intrapresa da parte della nuova amministrazione americana: non ci sarà totale discontinuità su alcuni punti con il suo predecessore, in particolare sul Pacifico e quindi sulla Cina. Diverso invece per quanto riguarda i rapporti con l’Europa e i dossier che coinvolgono sia le potenze Ue che gli Usa. In questo caso, la parola d’ordine di Biden sembra essere quella del dialogo, con Washington pronta a trattare con Berlino e Parigi come interlocutori nell’Unione europea e con il Regno Unito, che resta in quella special relationship con anche dopo il cambio di amministrazione. Del resto già da tempo Boris Johnson aveva mostrato una certa divergenza con Donald Trump, confermata in ultima analisi anche dall’accordo con Bruxelles oltre che dalla differente visione riguardo la gestione del coronavirus e i rapporti commerciali con la Cina.

Gli Stati Uniti non sembrano quindi voler abbandonare l’Europa al proprio destino, consapevoli che per i principali dossier sul tavolo, cioè la Cina, l’Iran e la Russia, il dialogo con i partner del continente risulta essenziale. L’eventualità di una ripresa dei negoziati su un accordo per il nucleare iraniano non può fare a meno dell’appoggio di Francia, Germania e Regno Unito, che pur condividendo alcuni temi con l’America, soprattutto sul programma missilistico e sul terrorismo, non hanno mai approvato la scelta di Trump di uscire dal 5+1. E questa avversione verso la fuoriuscita dall’accordo potrebbe avere un peso di fondamentale importanza nel provare a trovare una quadra con l’Iran almeno per quanto riguarda l’atomica. Diverso il caso dei vari fronti di guerra in cui si scontrano le due potenze: specialmente sulla Siria, il richiamo del “governo” Biden agli impegni americani in guerra sembra aver già portato a un nuovo aumento delle truppe nel nord-est. Discorso simile per la Russia, in cui Biden da una parte prova a dialogare con Mosca, ma dall’altra parte proverà in ogni caso a blindare gli impegni occidentali alle porte del Cremlino, a cominciare dal fronte ucraino. Anche in questo caso, è chiaro che all’amministrazione democratica servirà il coinvolgimento di quelle forze europee impegnate nel formato Normandia.

Gli Usa sembrano quindi aver scelto: Giappone per l’Indo-Pacifico, Francia e Germania per l’Ue, Regno Unito per l’Atlantico. E l’Italia? Non deve sorprendere che Roma resti fuori da queste prime telefonate di Sullivan. Il peso italiano, nel corso degli anni, è andato affievolendosi nei diversi dossier aperti dagli Stati Uniti nel mondo, ma soprattutto l’Italia non dà garanzie né dal punto di vista diplomatico né dal punto di vista di convergenza con gli Stati Uniti, l’America attualmente non si fida dell’Italia e della sua leadership, consapevole del fatto che sia sempre meno chiara la linea seguita da chi siede a Palazzo Chigi. La continuità, che è un tema cruciale per un impero come quello americano, non è d’altronde una caratteristica che si può ritenere coincidente con quanto fatto negli ultimi anni. Basti pensare agli eccessi di zelo di Giuseppe Conte con Trump in tempi di governo giallo-verde e le sue chiusure una volta diventato giallo-rosso. Idem per i rapporti con la Cina, con l’Italia che è passata dall’exploit della Nuova Via della Seta all’esclusione dai vertici Ue e Pechino. Anche sul fronte iraniano, l’Italia non ha mai offerto agli Stati Uniti una chiarezza di intenti, passando anche in questo caso da rapporti positivi con Teheran a una forma di sostanziale indifferenza. Linea che si può intravedere anche in molti altri contesti, dal Golfo Persico al Sahel, alla stessa Libia dove l’Italia è passata da essere primo interlocutore a presenza quasi indifferente nel contesto della guerra tra Tripoli e Bengasi.

È chiaro che di fronte a questa totale incertezza sulla strategia del Paese, l’America guardi altrove. Una leadership non riconosciuta unita a un’assenza di trasparenza e di chiarezza nei propri obiettivi rende i rapporti con Roma quasi evanescenti agli occhi di una Washington in crisi di identità, in piena transizione geopolitica e soprattutto con estremo bisogno di alleati. Se gli Stati Uniti vorranno una sorta di Occidente multipolare che contrasti i propri avversari, è chiaro che non sembra – al momento – intenzionata a rivolgersi all’Italia. Che nella migliore delle ipotesi è considerata inaffidabile; nella peggiore, rischia di essere relegata al ruolo di potenza subalterna della Germania. Intelligence docet.