Josep Borrell, Alto Rappresentante per la Politica estera e Sicurezza comune dell’Unione Europea, ha avuto recentemente un dialogo bilaterale col Segretario di Stato di Washington Mike Pompeo in cui l’ex ministro degli Esteri spagnolo si è smarcato dalla logica dei blocchi e anche da una certa titubanza operativa delle autorità comunitarie segnalando alla controparte di essere alla ricerca di un modus vivendi tra Cina e Stati Uniti.

Borrell rifiuta la logica della scelta di campo in base alla quale i Paesi europei sarebbero costretti a decidere, nel breve periodo, se troncare le relazioni privilegiate con Pechino in nome dell’arruolamento nel fronte della nuova “Guerra Fredda” o incorrere nell’ira di Washington. In un articolo sul suo blog, Borrell ha coniato quella che potremmo definire la “dottrina Sinatra”: My way, alla propria maniera, così dovrebbe agire l’Unione Europea nello scontro tra giganti che coinvolge Cina e Stati Uniti.

L’incontro Borrell-Pompeo segna dunque uno strappo per la strategia dell’amministrazione Trump di arruolare al fronte anticinese l’Unione Europea nel suo complesso, con il primo che è arrivato a rinfacciare all’ex direttore della Cia la scelta di Washington di ritirarsi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nell’analisi pubblicata sul suo blog, Borrell ha invece commentato un meeting della scorsa settimana con il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in cui pur indicando punti di contrasto tra Bruxelles e Pechino su Hong Kong, sul tema dei diritti umani e sulla disinformazione, l’esponente socialista spagnolo ha elogiato la ricerca di una reciprocità su una vasta gamma di temi, “dal procurement al 5G fino all’e-commerce e i servizi finanziari”.

La scelta di Borrell, sottolinea Formiche, va oltre la tradizionale linea della prudenza fissata da Bruxelles: “Il passaggio è politicamente delicato. Nel 2019 la Commissione Ue, di cui oggi Borrell è vicepresidente, ha pubblicato un documento strategico in cui Cina e Russia venivano descritti proprio come “rivali strategici”. La precisazione dell’Alto rappresentante suona dunque come una aperta smentita di quella linea. Non è la prima volta che Borrell si fa promotore di un’inversione di rotta nei rapporti fra l’Unione e Pechino”. A suo modo, la rivendicazione “sovranista” di autonomia da parte di un diplomatico dimostratosi abile a manovrare su più fronti (dal Medio Oriente al Venezuela) sarebbe completa se fosse vero ciò che Borrell afferma, ovvero che quello Usa-Cina-Ue sia un triangolo di potenze dotate di influenza paragonabile.

Bruxelles potrebbe sostenere un multilateralismo equilibrato se e solo se disponesse dell’influenza geopolitica e dell’organicità d’azione necessarie a mantenere ad alti livelli la sua influenza sulle dinamiche del potere mondiale. Eppure su temi come la rivoluzione tecnologica, gli equilibri finanziari, la competizione militare, la corsa allo spazio, la costruzione del soft power, il dominio cyber la situazione a livello mondiale vede un duopolio sino-americano. L’Europa è per sua costituzione terra di conquista: agli Stati Uniti controllarla e influenzarla serve per preservare la sfera geopolitica dell’Occidente, travestita col mito ideale della comunanza di valori e addirittura di “civiltà” che al massimo può esser vero per il Regno Unito, mentre la Cina con l’inflitrazione economica e la sua “Nuova via della seta” mira a un importante divide et impera. Con l’economia, l’influenza strategica e un graduale accrescimento dell’attrattività del suo modello Pechino mira a fare ciò che l’Urss tentò prima dello schieramento degli Euromissili: dividere le sorti di America e Europa, vincolando la seconda a un partenariato ineguale con il suo sistema. Un piano di lungo periodo che preoccupa Washington, a sua volta intenta a valutare come sbilanciate a suo favore le relazioni transatlantiche.

In mezzo Borrell, che osa ed agisce più di quanto la Commissione gli conceda sulla carta. Le idee e lo sforzo personale dell’Alto Commissario sono sicuramente approfondite e ben ponderate, ma la sua strategia potrebbe fondarsi su un presupposto eccessivamente ottimistico: ritenere che l’Ue sia soggetto, e non oggetto, delle relazioni internazionali.

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