Ha fatto il giro del mondo la notizia del blocco deciso dal governo di Mario Draghi all’esportazione di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca infialate ad Anagni, in provincia di Frosinone, verso l’Australia. Una manovra fortemente contestata dal governo di Canberra ma non bloccata dall’Unione Europea, nei cui confronti il neo-premier si era rivolto con toni accesi per non aver imposto blocchi all’export delle dosi dell’antidoto anti-Covid fuori dal mercato unico dopo le problematiche emerse in inverno con i ritardi e i tagli sulle forniture da parte delle case farmaceutiche.

La decisione è dettata, nota Avvenire, dalla necessità di rispondere al calo della quantità di “vaccini che la ditta anglo-svedese sta operando nel Vecchio continente da alcune settimane (fino a -70% delle dosi nel primo trimestre secondo alcune clausole del contratto contestate da Bruxelles e -50% nel secondo trimestre, in Italia la riduzione finora è del 25%). In questo modo adesso questo lotto potrà essere ridistribuito tra i Paesi Ue”.

Va sottolineato che la destinataria della mossa non è, direttamente, l’Australia, “vittima” del fuoco incrociato, ma AstraZeneca. L’Italia è il primo Paese della Ue ad adottare questo provvedimento con un’azienda produttrice inadempiente. Lo “schiaffo di Anagni” di Draghi colpisce AstraZeneca e, in un certo senso, stimola l’intera Unione Europea. Nei cui confronti il premier ha chiesto una svolta nella politica di produzione e distribuzione, aprendo a una strada che garantisca il primato della politica sui cambi d’umore delle case produttrici. Dimostrandosi capace di applicare, alla prima occasione utile, il regolamento introdotto a gennaio che prevede che i produttori di vaccini nell’Unione debbano chiedere l’autorizzazione ai Paesi in cui il siero viene infialato prima di esportarlo fuori dall’Ue. Una norma che era stata pensata come deterrente, ma che Draghi ha applicato alla lettera colpendo AstraZeneca.

Una vera e propria svolta “sovranista”, si potrebbe dire, anche se in fin dei conti Draghi ha posto con realismo e pragmatismo il tema dell’interesse nazionale ed europeo. E che si infila nella scia di un’iniziativa precedente: durante la partecipazione al suo primo Consiglio Europeo Draghi avrebbe, secondo la ricostruzione di Le Mondebloccato la proposta di spedire 13 milioni di dosi di vaccino in Africa avanzata dalla Commissione europea, dalla Francia e della Germania. Nonostante il tentativo del quotidiano francese di far passare la mossa di Draghi come una manovra cinica volta a negare al continente africano i vantaggi del programma Covax in una fase in cui soffre la carenza di dosi, la risposta del premier italiano è stata molto pragmatica.

Draghi, scrive Il Riformista“ha detto di sostenere il Covax, ma ha messo in rilevo un problema di credibilità nei confronti dei cittadini europei se si avviassero le donazioni in questo momento in cui l’Ue arranca con le provvigioni di dosi. Draghi avrebbe detto di comprendere in pieno le ragioni morali, ma di non essere d’accordo sui tempi”.

A un anno dall’inizio della pandemia, con ancora viva nella mente la memoria dei carichi di mascherine dispositivi di protezione e farmaci bloccati in giro per il mondo mentre viaggiavano verso l’Italia in cui infuriava il Covid, mentre Roma nel momento del cimento veniva abbandonata da partner e alleati, nel pieno di una nuova ondata e con alle spalle i ritardi e le criticità sui vaccini ereditate dal governo Conte II Draghi non avrebbe potuto fare altrimenti. Dettano queste condizioni l’interesse nazionale italiano e anche una sana dose di realismo: a la guerre comme a la guerre, in una battaglia complessa serve giocare con astuzia, e dunque evitare che fattori esogeni come le tattiche di una casa farmaceutica influenzino le prospettive sanitarie di un Paese, e coltivare una robusta dose di pragmatismo, che ha portato a Draghi che la pur nobile decisione di aiutare l’Africa sui vaccini non sarebbe stata compresa in un Paese come l’Italia che è allo stremo e ha subito sulla sua pelle i ritardi nelle consegne e nella logistica vaccinale.

Insomma, la partita è di quelle complesse e che va valutata con attenzione. Ma il cambio di passo auspicato dal governo di Draghi sui vaccini non può non passare anche da una tutela delle prospettive italiane nei confronti dei mercati internazionali e delle filiere critiche: in attesa che la svolta su logistica e produzione, in cui si sta provando a recuperare il ritardo dell’era Conte, prenda corpo Roma deve tutelare le strategiche forniture a disposizione del Paese. Sovranismo, in questo caso, fa rima con realismo.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE