Buco nell’acqua per la missione in Niger di Victoria Nuland, sottosegretario del dipartimento di Stato americano e tra le principali esponenti del Partito Democratiche della dottrina dell’interventismo liberal. L’esponente dell’amministrazione Biden è stata inviata nella giornata di lunedì 7 agosto dal responsabile di Foggy Bottom, Tony Blinken, per un dialogo a tutto campo volto a capire in che misura i militari golpisti sarebbero stati pronti a aprire al ripristino dell’ordine democratico rappresentato dal presidente deposto Mohamed Bazoum, alleato degli Usa che in Niger hanno una cospicua presenza militare e ben mille militari schierati. Ma non è riuscita a incontrare i vertici della giunta golpista.

Il massimo funzionario che la Nuland ha potuto incontrare per un incontro faccia a faccia a Niamey, la capitale del Paese, è stato il ministro della Difesa del neo-insediato governo militare non riconosciuto dalla comunità internazionale, il generale Moussa Salaou Barmou, mentre non le è stato concesso un bilaterale con il generale Abdourahmane Tchiani.

Il generale 62enne proclamatosi a capo del Consiglio nazionale per la salvaguardia della Patria del Niger ed ex capo dei “pretoriani” della Guardia Presidenziale di Niamey ha risposto picche dopo che Nuland, in partenza per la missione, aveva provato a fissare dei paletti stringenti per la missione. Equivalenti, agli occhi dei golpisti, con le richieste dell’Ecowas nell’ultimatum per la riconsegna del potere a Bazoum, per il ripristino dell’ordine costituzionale e per il ritiro dal potere. A cui Nuland ha aggiunto un discorso sulla richiesta di non coinvolgere i mercenari del Gruppo Wagner nel Paese. Riprendendo, di fatto, quanto Bazoum aveva scritto in una lettera affidata al Washington Post: “Con un invito aperto da parte dei golpisti e dei loro alleati regionali, l’intera regione centrale del Sahel potrebbe cadere sotto l’influenza russa attraverso il Gruppo Wagner, il cui brutale terrorismo è stato in piena mostra in Ucraina”, ha scritto il presidente deposto nella sua missiva al quotidiano della capitale Usa.

Il flop di Nuland appare in quest’ottica doppiamente problematico perché mostra al contempo l’assenza di visione profonda da parte dell’amministrazione Usa sul Niger e le minacce di taglia regionale che la situazione nigerina può comportare. Inviando un funzionario di peso come la Nuland a Niamey, gli Usa hanno scommesso sulla loro capacità diplomatica e di deterrenza per contribuire al rientro della crisi ma hanno di fatto finito per fornire una velata legittimazione al nuovo regime senza per questo poter incidere sul contesto interno. Nuland si è palleggiata tra funzionari e militari non ricevendo udienza dal leader golpista: segno di una missione non programmata adeguatamente e che è partita con un’agenda approssimativa. Del resto il Niger è stata una deviazione improvvisa per la Nuland dopo i passaggi in Sudafrica, Tanzania e Botswana del suo tour africano iniziato il 29 luglio scorso. Tchiani ha voluto marcare il distacco dagli Usa non ricevendo una figura identificabile sia dal ruolo che dalle opinioni, sempre favorevole all’interventismo di matrice clintoniana.

Nuland, lo ricordiamo, è la funzionaria che nel 2014 pronunciò il fatidico “Fuck the Eu” in relazione alla volontà Usa di provare a risolvere in autonomia, scavalcando gli alleati comunitari, la crisi russo-ucraina consolidando il sostegno al regime post-Maidan insediatosi a Kiev. Il suo invio è parso fumo negli occhi per chi, come i golpisti nigerini, guarda alla parte di mondo che l’amministrazione Biden contrasta con decisione, partendo proprio dalla Russia già vicina alle giunte militari di Mali e Burkina Faso.

L’unilateralismo insito nelle mosse di Nuland e l’interventismo del dipartimento di Stato nelle grandi questioni internazionali hanno rischiato di minacciare la posizione Usa nella regione. Questa ora dovrà, piuttosto, passare da scelte complesse e dolorosi compromessi in una regione ove troppo a lungo Washington ha disinvestito e ha ridotto la sua proiezione politica, diplomatica, economica e militare. Il caso del vicino Burkina Faso, lo dicevamo, mostra cosa potrebbe accadere agli States: trovarsi di fronte alla prospettiva di dover ricostruire la presenza in Africa partendo da compromessi apparentemente al ribasso ma che servono a mantenere un piede a terra nel continente. L’assistenza richiesta dai generali di Ouagadougou contro l’insorgenza jihadista può aprire a una nuova posizione Usa nell’area e, anche se subottimale sul piano valoriale e ideologico, è sicuramente un punto di partenza più pragmatico di iniziative fondate su ultimatum che a Washington non si ha voglia di sostenere con il dovuto enforcement politico-militare come quelli di cui la Nuland è stata latrice. E che possono finire per danneggiare le carte a disposizione di Washington nell’area.