La Cia ha fatto scattare l’allarme. Il controspionaggio americano ha inviato a tutte le basi dell’intelligence Usa nel mondo un insolito cablogramma in cui ha evidenziato il preoccupante numero di informatori catturati, uccisi o semplicemente scoperti nel corso di questi ultimi anni. Decine di coperture saltate, fonti disperse e di uomini caduti nella continua lotta degli Stati Uniti contro i suoi nemici di sempre. E che, come affermato dal New York Times, rivela i problemi dei servizi segreti americani sia rispetto alle altre forze in campo, sia interni. Il quotidiano statunitense, infatti, non parla solo di un numero molto alto di informatori che sono stati intercettati dai nemici o trasformati addirittura in doppiogiochisti al soldo di altri Paesi, ma anche dei problemi della stessa Cia nel reclutare agenti fedeli e nel sottovalutare le agenzie avversarie. Un processo a tutto tondo, a tal punto che Washington ha diramato l’allarme fatto trapelare da qualche gola profonda fino ai corridoi dell’autorevole quotidiano di New York.

Il motivo è che il lavoro della spia sul campo è ancora fondamentale. Anche se molti – superficialmente – ritengono che possa essere progressivamente sostituito dall’utilizzo di sistemi informatici sempre più sofisticati in grado di colpire da remoto i nemici e carpirne i dati più sensibili. È vero che oggi il mondo del cyber offre strumenti in grado di compiere quello che prima poteva essere fatto esclusivamente dall’essere umano. Ma è altrettanto vero che l’informazione ottenuta da una persona fisica, le capacità di comprendere lo scenario in cui si combatte o in cui si deve operare, carpire l’essenza del nemico o anche semplicemente reclutare doppiogiochisti e collaboratori è un lavoro che non può essere delegato a una macchina. È un lavoro che necessita di tempo, di sensibilità e di una storia che solo l’agente può conoscere e studiare approfonditamente. E questo è il motivo per cui, ad esempio, molti strateghi e generali Usa hanno visto con preoccupazione il ritiro dall’Afghanistan: avere anche solo qualche centinaia di uomini che garantisse la possibilità di operare a Kabul e dintorni era per Washington una garanzia di ottenere informazioni e muovere collaboratori che da remoto è tecnicamente impossibile. La strategia “over the horizon”, così come voluta anche da Joe Biden, piace per evitare vittime americane, ma rischia di sradicare completamente la rete di intelligence da un Paese. E lo si è visto già solo con il tragico errore con cui una famiglia è stata uccisa da un drone perché si credeva che un uomo fosse un pericolo ricercato affiliato alle reti islamiste.

A questi problemi di natura “interna”, si aggiunge poi il delicatissimo tema messo a nudo dal New York Times e che riguarda il ruolo delle altre nazioni. Quello che infatti si evince dai cablogrammi della Cia, è che Washington ha due problemi nella sua rete mondiale di spie. Ci sono i nemici dei tempi della Guerra fredda, i russi, che con gli eredi del Kgb riescono ancora a essere un problema per lo spionaggio e il controspionaggio americano. Ma Langley, sede del quartier generale dell’agenzia americana, appare ancora più preoccupata dalla Cina, tanto che ha creato un’apposita task force anti Pechino: il China Mission Center. E per quanto riguarda il Medio Oriente, occhi puntati sull’Iran, che insieme a Pechino è considerata la principale minaccia asiatica per la capacità delle reti di intelligence locali nello scovare agenti e collaboratori arrivando anche a condanne a morte.

Agli avversari più o meno strategici degli Stati Uniti, si aggiunge poi il nemico-amico per eccellenza (il “frenemy” come dicono Oltreoceano), il Pakistan. Tecnicamente alleata di Washington, Islamabad, vuoi per i legami con i talebani, vuoi per quelli più recenti con la Pechino e infine per la storica inimicizia con l’India – oggi partner imprescindibile per gli Usa – è una capitale da tenere sotto stretta osservazione. Per la Cia non ci sono le garanzie sufficienti per la propria rete di agenti. Mentre l’Isi, il servizio segreto pakistano, ha dimostrato in questi anni non solo di saper gestire il fenomeno islamista, ma anche di scovare i collaboratori delle potenze straniere anche se legate al blocco filo-americano. Un fenomeno che per Langley non significa solo un incubo per i suoi uomini, ma anche un segnale di come l’impero americano stia perdendo avamposti fondamentali nello scacchiere dell’Asia centrale.

Avvertimenti a uso esterno che non possono però far dimenticare il peso politico di certe dichiarazioni. Trattandosi della Cia, è difficile credere che quella del Nyt non sia da considerare anche una notizia fatta volutamente trapelare da alcuni uffici di Langley o del Pentagono o della stessa amministrazione democratica. Le ipotesi possono essere innumerevoli: quello che però si può dire con una certa razionalità è che difficilmente esce qualcosa dalla Cia senza che lo sappia qualcuno all’interno del quartier generale. E senza che qualcuno non voglia che si sappia. Tralasciando il campo delle congetture, si può ipotizzare che il messaggio dovesse arrivare forte e chiaro a qualcuno. Forse una resa dei conti interna, forse un avvertimento al governo e al Dipartimento di Stato, o forse un messaggio rivolto a qualche personalità di peso interna ed esterna all’agenzia. Quello che possiamo pensare, è che il messaggio di sicuro è giunto a destinazione.