La Francia, a differenza di molti altri stati europei, avrebbe potuto rispondere in maniera adeguata alla mancanza di mascherine e dispositivi di protezione individuale senza doverne acquistare dall’estero – come poi è accaduto durante l’emergenza coronavirus. Nel corso degli anni, infatti, Parigi si era preparata con grande lungimiranza ad affrontare un eventuale pandemia, mettendo da parte una scorta di milioni di mascherine da usare nel momento del bisogno. Un’indagine del quotidiano francese Le Monde ha scoperto la straordinaria catena di eventi che hanno portato i governi francesi a costruire un’ambiziosa strategia di risposta alla pandemia e poi a smantellarla quasi interamente, lasciando il Paese pericolosamente esposto al Covid-19. Fino a che milioni di mascherine sono state letteralmente bruciate, poiché considerate inutilizzabili. Ma andiamo con ordine.

Alla fine del 2004, Philippe Douste-Blazy, ministro della salute nel governo di Jean-Pierre Raffarin (presidenza Chirac), presentò un piano di risposta alla pandemia a una riunione di gabinetto che suscitò l’ilarità dei colleghi. Il piano descriveva una serie di misure drastiche da attuare nel caso un’epidemia avesse minacciato la Francia. Tale piano prevedeva la chiusura dei confini nazionali, i limiti ai movimenti delle persone, il divieto di raduni, eventi sportivi e culturali, l’attuazione delle regole di distanziamento sociale e la distribuzione nazionale di mascherine – chirurgiche, per la popolazione – e le FFP2 per gli operatori sanitari. “In poche parole, il piano conteneva tutto ciò che l’attuale governo francese si è impegnato a mettere in atto, in fretta e senza materiale, a metà marzo 2020”, scrivono i giornalisti Gérard Davet e Fabrice Lhomme in una lunga ricostruzione pubblicata da Le Monde questa settimana.

Così la Francia si era preparata a una possibile pandemia

Nel 2005, il ministro Douste-Blazy disse una grande verità: ovvero, che le società occidentali hanno la “tendenza a dimenticare”. L’epidemia di Sars, spiegò il ministro della Sanità dell’epoca, “ha dimostrato in che misura l’improvvisa comparsa di un’infezione sconosciuta – insisto sulla parola sconosciuta – in grado di diffondersi su tutto il pianeta grazie alle moderne reti di comunicazione, può diffondere la paura e destabilizzare società sviluppate e sistemi sanitari. Una lungimiranza che ebbe anche il successore di Douste-Blazy, Xavier Bertrand, che partì per un tour in Asia orientale alla fine del 2005 per imparare le strategie dei Paesi asiatici.

Convinto della necessità di rafforzare l’indipendenza strategica della Francia anche in materia di protezioni individuali, Bertrand e i suoi successori erano convinti che fosse necessario rendere il Paese indipendente e in grado di affrontare un’eventuale pandemia da solo. Un elemento fondamentale di questa strategia è stata la creazione di una capacità nazionale di produzione di mascherine, supervisionata e generosamente finanziata da una nuova entità, nota come Eprus, modellata sui Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc). Alla fine del 2006, la Francia poteva vantare uno stock di 600 milioni di mascherine FFP2, rendendola uno dei Paesi meglio attrezzati secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità.

Il 2009 e il cambio di strategia francese

Il 2009 fu l’anno dell’influenza suina (H1N1), che causò migliaia di morti e centinaia di migliaia di contagi nel mondo, perlopiù nel continente americano. Il ministro della salute dell’epoca, Roseline Bachelot, decise dunque di aumentare ulteriormente la produzione di mascherine, arrivando a 2,2 miliardi di unità (chirurgiche e FFP2) entro la fine dell’anno. Il governo ordinò 94 milioni di dosi di vaccino e requisì le palestre per la sua campagna di vaccinazione a livello nazionale: tuttavia, la crisi (fortunatamente) non si materializzò ma Bachelot venne letteralmente massacrata dalla corte dei conti e dalle opposizioni per aver speso un miliardo di euro al fine di far fronte alla minaccia dell’influenza suina.

Quelle misure di prevenzione – che l’opinione pubblica aveva definito eccessive – unite alla crisi del 2007/2008 e ai tagli al bilancio imposti dall’Unione europea, portarono il governo francese a rinunciare a quella strategia, ambiziosa ma nei fatti corretta, che aveva adottato negli anni precedenti. “Nel giro di soli due anni, lo stato aveva abbandonato il testimone, in nome del decentramento e, soprattutto, del vincolo di bilancio”, scrivono su Le Monde Davet e Lhomme. Per quanto riguarda l’Eprus, fu incorporato in una struttura molto più grande, conosciuta come Santé publique France, ribaltando una politica decennale modellata sul CDC americano. Come spiega La Repubblica, la decisione di distruggere le mascherine sarebbe stata presa nel tempo, dopo perizie che avrebbero giudicato inservibili le vecchie mascherine, o perché non più in grado di filtrare o perché danneggiate dall’umidità. Ma buona parte di quegli stock, dicono testimoni citati nell’inchiesta, era ancora valida e sarebbe stata preziosa in un momento di grave penuria. “Erano inutilizzabili” ha replicato il ministro della Salute, Olivier Véran, ma lo scandalo imbarazza il governo.

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