“Non parli a nome della Germania e dell’Austria”: Olaf Scholz, sostenuto dal cancelliere austriaco Karl Nehammer, ha preso duramente posizione contro l’Alto Commissario alla Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, Josep Borrell, in relazione al conflitto a Gaza in occasione dell’ultimo Consiglio Europeo del 21-22 marzo. Lo riferisce, citando fonti di Bruxelles, Politico.eu, sottolineando come Scholz e la Germania siano stati tra gli attori più attivi a non trasformare in un “processo” a Israele la presa di posizione europea. Sintetizzata dalle parole dell’ex ministro degli Esteri spagnolo, che aveva criticato l’elevato numero di morti civili nella guerra esplosa dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre e aveva preso posizione contro il rischio carestia nella Striscia.
Dall’inizio dei raid di risposta di Israele a Hamas la Germania ha fortemente preso posizione al fianco di Israele. Il ricordo del dramma della persecuzione tedesca degli ebrei nell’era nazista, il fondamento storico della negazione del suo passato da carnefice su cui si è strutturata la ricostruzione della Germania negli ultimi decenni e la condivisa necessità di sostenere Israele nella politica tedesca hanno giocato a favore del netto schieramento di Berlino al fianco di Tel Aviv. Un sostegno che è andato oltre l’ordinario fiancheggiamento: la Germania ha preso posizione al fianco di Israele alla Corte di Giustizia Internazionale contro la causa intentata dal Sudafrica per il rischio di genocidio nella Striscia di Gaza e Scholz si è detto convinto che Israele stia rispettando il diritto umanitario nella guerra.
“Questa settimana”, prosegue Politico.eu, “la Germania ha negato alle alte corti delle Nazioni Unite le accuse promosse dal Nicaragua di sostenere il massacro a Gaza vendendo armi a Israele. La Germania è uno dei maggiori fornitori di armi di Israele, approvando nel 2023 326,5 milioni di euro di forniture”. La Germania, prosegue la testata paneuropea, “non ha revocato il divieto di finanziare l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) dopo che Israele ha accusato l’agenzia, senza fornire prove, di aiutare i combattenti di Hamas. L’ accusa è stata respinta a marzo dall’alto funzionario dell’UE per gli aiuti umanitari Janez Lenarčič poiché i funzionari israeliani non hanno fornito alcuna prova”.
La critica del socialdemocratico Scholz al socialista Borrell consolida quella di una fetta di Europa centrale, che unisce a Berlino e Vienna le roccaforti filo-Israele d’Europa, Ungheria e Repubblica Ceca, secondo cui un cedimento su Gaza vorrebbe dire un cedimento sul necessario sostegno a Israele. L’appoggio al quale è visto come un fine, prima ancora che un mezzo, per la politica estera di questi Stati. Scholz fa il “sovranista” e chiede che l’Europa non parli a nome del suo Paese ora, ma non ha mosso un dito quando a prendere posizione fu la connazionale Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, garantendo “supporto incondizionato” a Israele poco dopo gli attacchi di Hamas quando già i morti si contavano a migliaia a Gaza.
Scholz, che pure ha votato per la mozione Ue pro-cessate il fuoco, si trova in un vero e proprio “psicodramma” politico. L’ampliamento della crisi di Gaza mette la Germania di fronte a contraddizioni storiche e politiche tra ciò che è stata la base fondativa della Repubblica Federale e la necessità di pragmatismo di fronte a una realtà in rapido deterioramento per colpa, soprattutto, dell’oltranzismo israeliano. Una dicotomia simile a quella che sta vivendo Berlino sulla crisi russo-ucraina, nella quale la Germania è la grande sconfitta ma non lo vuole ammettere. I dolori del giovane Scholz si consolidano. E a perdere è la posizione politica dell’intera Germania.

