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Xi Jinping ha da tempo attivato la propria rete diplomatica per cercare di disinnescare la bomba coreana. Lo ha fatto partendo da una posizione scomoda, dal momento che la Cina è partner quasi unico del regime di Pyongyang e avendo in mano le leve della sopravvivenza economica del regime ma anche della stessa popolazione nordcoreana. Pechino ha avallato, pur senza entusiasmo, le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite contro il governo della Corea del Nord, ma è evidente che la soluzione al problema non passa per New York ma per Washington. Saranno soltanto gli accordi fra Xi e Trump – con l’impegno di Russia, Corea del Sud e Giappone – a rendere possibile la fine o quantomeno la sospensione dell’escalation politica e militare nella penisola coreana.

Xi Jinping è consapevole che con la crisi coreana si gioca una parte della sua credibilità internazionale. La Cina si sta aprendo al mondo e la via cinese alla globalizzazione è un’opportunità gigantesca per gli interessi di Pechino. Ma per dimostrare la bontà di quest’ingresso cinese nel panorama internazionale, Xi deve prima dimostrare di saper disinnescare le crisi create dal suo partner più dipendente dalla Cina e allo stesso tempo più scomodo. Appunto la Corea del Nord a guida Kim Jong-un. Per anni, il leader cinese ha osservato Pyongyang come una sorta di problema tutto sommato innocuo e per certi versi utile. Poi qualcosa è cambiato quando Kim ha deciso di cercare un proprio spazio di manovra autonomo del governo cinese, eliminando i membri del regime legati alla Cina e soprattutto iniziando con le provocazioni missilistiche e atomiche in concomitanza con i maggiori eventi politici internazionali del governo di Pechino. La crescita di tensione militare, di truppe e mezzi Usa e la paura di una guerra catastrofica hanno quindi costretto Xi a intervenire in maniera dura nei confronti di Pyongyang pur facendo in modo che gli Stati Unti non avessero mai la reale possibilità di intervenire militarmente. Un gioco difficile da cui Xi può uscire soltanto grazie a un delicato equilibrismo.

Qualcosa in generale sta cambiando. Il viaggio di Trump in Cina non è stato condizionato da provocazioni militari di Pyongyang, e questo è un segnale importante, dal momento che di solito questi erano i tipici eventi internazionali colpiti da qualche test bellico del regime nordcoreano. A quest’assenza di provocazioni, si aggiunge il vertice fra il governo cinese e sudcoreano delle ultime settimane, dove i delegati di entrambi i governi hanno formalizzato la loro volontà di ricucire i rapporti bilaterali fra Seul e Pechino. Il vertice Apec, in questo senso, è stato il sigillo di una serie d’iniziative volte al ripristino del dialogo nell’East Asia.  A questi eventi internazionali, si aggiunge l’iniziativa di Xi Jinping di mandare un inviato speciale in Corea del Nord. A detta dell’agenzia di stampa Xinhua, scopo ufficiale della visita del delegato cinese, il noto diplomatico Song Tao, sarà quello di informare il regime di Pyongyang sugli esiti del diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese e di visitare il Paese. Non viene specificata la durata del viaggio di Song Tao in Corea del Nord, ma si suppone che abbia la sua scadenza naturale nel momento in cui Kim e il suo governo avranno avuto piena visione dei piani di Xi Jinping per risolvere la crisi.Il governo di Pechino persevera nella volontà di giungere a un accordo che preveda il cosiddetto “doppio stop” da parte Usa e da parte nordcoreana, e dunque la fine delle provocazioni militari di Kim e delle esercitazioni anche congiunte delle forze americane: ipotesi che per ora dal Pentagono sembrano bocciare. Il viaggio del delegato di Pechino arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio ufficiale di un funzionario cinese nel Paese di Kim. A ottobre del 2015, Liu Yunshan, membro del Politburo cinese, visitò Pyongyang e incontrò il dittatore nordcoreano, ma, al netto di un invito al dialogo da parte di Xi, non ci furono impulsi verso la via della pacificazione. Questa volta le cose sembrano essere diverse: la Cina non ha più intenzione di mettere a repentaglio la stabilità del Pacifico e dei propri mercati per colpa di Kim Jong-un, specialmente se va a discapito dei suoi commerci con la Corea del Sud e gli Stati Uniti. La posta in gioco è troppo alta per permettersi un vicino così scomodo.