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Quando i giornalisti chiesero a Vladimir Putin un commento sulla morte di Aleksandr Litvinenko, l’ex agente del Kgb e dell’Fsb, la risposta del presidente russo fu una di quelle che difficilmente si dimenticano. Ironico, glaciale e con la tranquillità di chi potrebbe parlare di qualsiasi argomento, Putin pronunciò una frase dal sapore sinistro: “Chi ha fatto tutto questo non è il Signore Onnipotente… e Litvinenko non è sfortunatamente Lazzaro”. Per molti una metafora per spiegare ai giornalisti europei e britannici di non cercare interpretazioni di questa morte al di là della semplice tragedia umana. Ma per tanti quella frase era un messaggio collegato alla frase che la vedova dell’ex spia passata al nemico, Marina, ritrovò nel diario del marito: “Quando Lazzaro si alzò dal letto di morte, nessuno gli ha fatto domande. Bisogna rispettare il silenzio dei morti”.

Il silenzio è calato in modo graduale sulla morte dell’ex spia avvelenata con il polonio 2010. Una sostanza rara che provocò all’uomo una lenta agonia terminata con la morte in letto di ospedale della Gran Bretagna. Gli osservatori puntarono immediatamente il dito su Mosca, ritenuta la base di lancio dell’operazione per far fuori un agente dell’Fsb passato al nemico e che per tutti ora era un traditore. “Mosca non perdona”, sembrava dire quella foto di Litvinenko in clinica. E il fatto che “Sacha” – questo il nome in codice – fosse passato nientemeno che all’MI6 britannico denunciando le manovre dell’allora direttore dell’agenzia russa, appunto Putin, sembrava un motivo sufficiente per scatenare la vendetta del Cremlino, ma soprattutto dell’ex uomo del Kgb che guida la Russia. Troppi i collegamenti, le piste, le accuse e troppe le manovre compiute dall’ex spia per farsi odiare dagli apparati della Federazione russa. Passare informazioni riservate, parlare ai giornalisti (una fra tutti Anna Politkovskaya), rivelare segreti scomodi che potevano mettere in cattiva luce l’agenzia e il presidente: tutto questo avrebbe avuto un prezzo. Prezzo che secondo la public inquiry scattata nel Regno Unito e presieduta dal giudice sir Robert Owen era la morte della spia avvenuta in modo volutamente lento e doloroso, e che sarebbe stato fatto “pagare” da Andrei Lugovoi e Dmitry Kovtun. Operazione, che, sempre secondo l’inchiesta di Londra era stata “probabilmente approvata da Nikolai Patrushev (direttore dell’Fsb) e anche dal presidente Putin”.

La questione, inizialmente rifiutata dall’Alta corte di Londra, fu sollevata dalla vedova direttamente davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la Russia. E la decisione di oggi del tribunale stabilisce per la prima volta anche in sede europea che l’ex spia russa che aveva ricevuto asilo nel Regno Unito sia stato avvelenato col polonio e che “è ragionevole presupporre che, nell’avvelenare Litvinenko, gli assassini abbiano agito come agenti dello Stato russo”. La Corte ribadisce che “il governo russo non ha fornito nessun’altra spiegazione degli eventi convincente e soddisfacente in grado di contrastare le conclusioni dell’inchiesta britannica”. E quindi anche la Cedu ha aderito a quanto sostenuto dai procuratori del Regno Unito in una delle inchieste più complesse e anche pericolose della storia della giustizia britannica. Mosca ha respinto al mittente la decisione dei giudici. Per il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, “la Cedu ha a malapena l’autorità o la capacità tecnologica per possedere informazioni in materia. Non ci sono ancora risultati da questa indagine e fare affermazioni del genere è quantomeno infondato”. E il funzionario russo ha concluso dicendo che il suo Paese “non è pronto ad accettare simili decisioni”.

In ogni caso, la tempistica della decisione è sicuramente particolare. Oggi, infatti, mentre la Cedu sentenziava sul caso Litvinenko, le autorità britanniche hanno annunciato l’incriminazione di un terzo agente di Mosca per aver tentato di uccidere Sergei Skripal e sua figlia Yulia con il Novichok. Nel mirino della procura di Sua Maestà, Denis Sergeev, l’uomo che secondo diverse inchieste avrebbe guidato l’operazione sul campo utilizzando il nome di Sergei Fedotov. Scotland Yard non ha dubbi. “I tre hanno operato come una squadra compatta con l’obiettivo di dispiegare il Novichok per uccidere individui in questo Paese. Posso dimostrare che operavano come unità legata al Gru”, ha detto Dean Haydon, vice assistente Commissioner. Secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe guidato i due esecutori materiali dell’avvelenamento, Anatoliy Chepiga e Alexander Mishkin. L’agenzia russa Tass ha reso noto che il Foreign Office ha convocato Ivan Volodin, numero due dell’ambasciata russa a Londra, proprio per parlare dell’ultima incriminazione. Il Cremlino, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova ha condannato le mosse del Regno Unito chiedendo “un’indagine professionale, obiettiva e imparziale sull’incidente” di Salisbury, offrendo una collaborazione delle autorità russe. Ma è chiaro che i rapporti tra Russia e Regno Unito rischiano adesso di piombare di nuovo in un periodo di gelo. E il gioco di spie tra i due Stati sembra arricchirsi di un nuovo capitolo in questa lunga estate che ha visto il coinvolgimento dei servizi britannici e russi anche dopo l’incidente avvenuto nelle acque davanti alla Crimea tra la flotta britannica e la Difesa russa. In quell’occasione, vennero misteriosamente ritrovati in una fermata dell’autobus dei documenti riservati trafugati da Londra. File che contenevano, tra le altre cose, anche la rotta seguita dalla nave della Royal Navy avvertita con dei colpi di artiglieria russa di allontanarsi dalle acque della Crimea. Un ritrovamento che non poteva certo essere casuale, ma che serviva a dimostrare qualcosa: la Russia, con i suoi agenti, può fare tutto. E lo aveva già dimostrato.