Recentemente la politica spaziale italiana ha conosciuto una decisa accelerazione sul versante del legame con gli Stati Uniti in seguito alla  firma dell’accordo del 25 settembre scorso tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, titolare delle politiche spaziali, e il numero uno della Nasa Jim Bridenstine sulla dichiarazione d’intenti che getta le basi per la partecipazione italiana ad Artemis, il programma lanciato dall’amministrazione Trump per riportare l’uomo sulla Luna entro il 2024.

Da tempo, sul filone dei dilemmi di posizionamento della Difesa italiana e della ricerca di un giusto bilanciamento tra l’asse atlantico e quello continentale, il futuro dei programmi spaziali italiani e del loro coordinamento con l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) apriva diverse prospettive strategiche, le cui ricadute di matrice scientifica, economica e industriale si prospettavano come estremamente interessanti. Dati i legami privilegiati della politica, del mondo economico e dei settori scientifici con gli Stati Uniti, da gennaio il governo Conte II ha iniziato gradualmente a ribilanciare l’asse della presenza italiana nello spazio verso Washington, ridimensionando il coordinamento con la Cina e puntando a smarcarsi con una strategia autonoma sul versante europeo.

Il programma Artemis si offre dunque come una ghiotta occasione per posizionare al meglio il Paese nel contesto della corsa globale allo spazio, che si va facendo sempre più muscolare e attiva mese dopo mese e in cui non vanno trascurati gli impatti notevoli che i grandi programmi come Artemis possono generare sull’indotto produttivo e industriale dei Paesi partner. L’Italia, che vanta aziende di assoluto valore nel mercato dei lanciatori, nella componentistica integrata, nel campo dei satelliti di piccola dimensione oltre a un consolidato apparato industriale legato alla Difesa, in questo contesto può giocare un ruolo importante in Artemis. Capitale tecnologico e capitale umano nel settore non mancano, nel nostro Paese, e sia dal mondo degli esperti del settore che da quello della politica è emersa una grande attenzione sulle implicazioni che l’accordo con la Nasa potrà avere per il sistema Paese.

L’onorevole Iolanda Di Stasio, compagna di partito di Fraccaro nel Movimento Cinque Stelle e interessata ai temi di space policy, in una nota diffusa alla stampa ha dichiarato che l’accordo con la Nasa rappresenta la conferma del fatto che “l’Italia ha da sempre dimostrato di essere estremamente competitiva in un settore estremamente di nicchia come quello aerospaziale, in cui possiamo far valere il nostro vantaggio competitivo a livello globale”. Dello stesso avviso un addetto ai lavori come l’ingegner Marcello Spagnulo, presidente del Mars Center, studioso di space policy e autore di Geopolitica dell’esplorazione spaziale, che intervistato da Formiche ha sostenuto la rilevanza del nuovo asse italo-statunitense.

Per Spagnulo, se implementato, l’accordo segnalerà “una decisa presa di posizione nazionale nella geopolitica dello Spazio, cioè Stati Uniti e non Cina”. Sul tema del coinvolgimento diretto del Paese sul fronte dello sviluppo di Artemis, Spagnulo nota che “e capacità industriali” su cui il nostro Paese può contare, come detto, “sono indubbie e consolidate” in campi specifici come i moduli pressurizzati, e aggiunge che “ci potrebbero essere anche opportunità per tecnologie nuove, penso a sistemi espandibili oppure alle idee esposte dal generale Roberto Vittori per iniziative tecnologiche innovative a basso costo da svilupparsi con Pmi e accademie. Sarebbero sistemi o sotto-sistemi magari non a “impatto vitale” come direbbe la Nasa, ma comunque in grado di dare importanti ricadute per noi”.

Gli accordi diretti tra Roma e Washington fungono da vero e proprio moltiplicatore di potenza, perché consentono all’Italia di collaborare con gli Stati Uniti, capofila della corsa allo spazio, su un doppio binario assieme a quello condotto sul fronte dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa). A dieci mesi dall’ultimo consiglio ministeriale europeo sullo spazio, tenutosi nella città spagnola di Siviglia nello scorso novembre, l’industria italiana ha conosciuto i primi dividendi per un impegno complessivo al budget dell’Esa per 2,3 miliardi di euro. Roma ha concluso contratti per circa 1,5 miliardi, che garantiranno un bilancio in positivo per cerca 800 milioni. Tra questi c’è anche l’I-Hab, il modulo abitativo con cui l’Esa contribuirà al Lunar Gateway sviluppato in cooperazione con Nasa, Jaxa e Roscosmos, la cui progettazione sarà a guida italiana con Thales Alenia Space, la joint venture tra Thales e Leonardo. Per l’Italia, dunque, c’è ampio margine operativo per partecipare a una corsa allo spazio che si fa sempre più complessa: a patto di ricordare, con realismo, quanto i rapporti di forza geopolitici siano determinanti anche oltre l’atmosfera terrestre.

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